Ondasud - Prima ti ignorano, poi ti deridono, poi ti combattono. Poi vinci. (Gandhi)
martedì 18 febbraio 2020
...e poi sono arrivati i telefonini e molti ragazzi passano lunghe ore in chat
I telefonini che hanno distrutto una intera generazione. Una 13enne che vive a Houston, Texas, ha trascorso la maggior parte della propria estate da sola in camera in
chat con i propri amici. I nostri ragazzi non amano più giocare all'aperto, correre, muoversi. Quasi tutti ormai sono chini sul loro telefonino per comunicare al mondo intero il loro niente.
domenica 9 febbraio 2020
Terra Rossa - Istria, Fiume e Dalmazia...
Testo Terra Rossa
Terra rossa, terra mia
Quando sono andato via
Ho affidato a te il mio cuore
Ti ho giurato eterno Amore
Casa mia, terra mia
Terra rossa, sangue mio
Rosso il sangue dei miei padri
Massacrati ed infoibati
Sangue il pianto dei miei padri
Esiliati ed umiliati
Quando sono andato via
Ho affidato a te il mio cuore
Ti ho giurato eterno Amore
Casa mia, terra mia
Terra rossa, sangue mio
Rosso il sangue dei miei padri
Massacrati ed infoibati
Sangue il pianto dei miei padri
Esiliati ed umiliati
Terra e sangue ho nel mio cuore
Terra rossa, dolce amore,
lacrime della mia gente
Terra rossa che non sente
Il dolore mai lontano
Del popolo Istriano
Vojo tornar, voglio tornare
Vojo tornar, voglio tornare
A casa mia!
Istria, Fiume e Dalmazia
Né Slovenia, né Croazia
Terra rossa, terra Istriana
Terra mia, terra Italiana!
Istria, Fiume e Dalmazia
Né Slovenia, né Croazia
Terra Dalmata e Giuliana
Terra mia, terra Italiana!
Questa terra mi appartiene
Terra nostra per la storia
Nel mio sangue la memoria
Terra e sangue sempre uniti
Non possono esser divisi
Terra mia santificata con il sangue
Terra sacra
Questa è la mia religione
Unità della Nazione
Religione insanguinata
Religione della Patria
Terra pazzamente amata
Terra mai dimenticata
Ogni vero Italiano è anche Dalmata e Giuliano
Vojo tornar, voglio tornare
Vojo tornar, voglio tornare
A casa mia!
Istria, Fiume e Dalmazia
Né Slovenia, né Croazia
Terra rossa, terra Istriana
Terra mia, terra Italiana!
Istria, Fiume e Dalmazia
Né Slovenia, né Croazia
Terra Dalmata e Giuliana
Terra mia, terra Italiana!
Terra rossa, dolce amore,
lacrime della mia gente
Terra rossa che non sente
Il dolore mai lontano
Del popolo Istriano
Vojo tornar, voglio tornare
Vojo tornar, voglio tornare
A casa mia!
Istria, Fiume e Dalmazia
Né Slovenia, né Croazia
Terra rossa, terra Istriana
Terra mia, terra Italiana!
Istria, Fiume e Dalmazia
Né Slovenia, né Croazia
Terra Dalmata e Giuliana
Terra mia, terra Italiana!
Questa terra mi appartiene
Terra nostra per la storia
Nel mio sangue la memoria
Terra e sangue sempre uniti
Non possono esser divisi
Terra mia santificata con il sangue
Terra sacra
Questa è la mia religione
Unità della Nazione
Religione insanguinata
Religione della Patria
Terra pazzamente amata
Terra mai dimenticata
Ogni vero Italiano è anche Dalmata e Giuliano
Vojo tornar, voglio tornare
Vojo tornar, voglio tornare
A casa mia!
Istria, Fiume e Dalmazia
Né Slovenia, né Croazia
Terra rossa, terra Istriana
Terra mia, terra Italiana!
Istria, Fiume e Dalmazia
Né Slovenia, né Croazia
Terra Dalmata e Giuliana
Terra mia, terra Italiana!
domenica 12 gennaio 2020
"La vita mia" è il grande capolavoro di Amedeo Minghi
"La vita mia" è il grande capolavoro di Amedeo Minghi, scritto in
collaborazione con Vanda Di Paolo. La canzone tratta di un forte
sentimento, provato dal protagonista, verso una donna che identifica
proprio come la sua stessa vita.
Vita mia, non sappiamo piu’ afferrare, maneggiare, questo Amore che svanisce e sguscia via. Ti sei intristita e poi… poi ti sei stranita, non dici più: ” Che bel tempo sei Tu! “ Infatti piove, vorresti uscire e raffreddarti insieme a me. Io vestito, leggerissimo morrei e mi abbandonerei, per veder di nuovo la vita mia, rapidissimo addio. E guardo fuori, vedo cuori e sono gli alberi che anch’io ho scalato anch’io e annidato lassù. Rivedo Te che sei, che sei, la vita mia. Questa vita tra le braccia, tra le mani, ha un bel volto, la tua faccia, un gran bel viso, ha il vuoto che dai Tu, anche il tuo sorriso io l’ho vissuto e confuso sul mio. Se questa è vita: l’ho toccata, l’ho sentita su di me, l’ho abbracciata in Te. Guardo meglio e non c’è piu’ dubbio che Tu sia, che sei la vita mia… Che begli occhi vedrei con gli occhi miei! Quanto amore catturato con le mani, che ha le ali e con le ali svanirà. Ed io mi innamorai, venni a dirlo a dirlo a Te, ti confidai che eri Tu e oramai C’è un temporale, possiamo uscire e raffreddarci insieme ormai, tremare, perche’ tremare fa la vita che se ne và con Te che porti via, con Te, la la Vita mia…
Vita mia, non sappiamo piu’ afferrare, maneggiare, questo Amore che svanisce e sguscia via. Ti sei intristita e poi… poi ti sei stranita, non dici più: ” Che bel tempo sei Tu! “ Infatti piove, vorresti uscire e raffreddarti insieme a me. Io vestito, leggerissimo morrei e mi abbandonerei, per veder di nuovo la vita mia, rapidissimo addio. E guardo fuori, vedo cuori e sono gli alberi che anch’io ho scalato anch’io e annidato lassù. Rivedo Te che sei, che sei, la vita mia. Questa vita tra le braccia, tra le mani, ha un bel volto, la tua faccia, un gran bel viso, ha il vuoto che dai Tu, anche il tuo sorriso io l’ho vissuto e confuso sul mio. Se questa è vita: l’ho toccata, l’ho sentita su di me, l’ho abbracciata in Te. Guardo meglio e non c’è piu’ dubbio che Tu sia, che sei la vita mia… Che begli occhi vedrei con gli occhi miei! Quanto amore catturato con le mani, che ha le ali e con le ali svanirà. Ed io mi innamorai, venni a dirlo a dirlo a Te, ti confidai che eri Tu e oramai C’è un temporale, possiamo uscire e raffreddarci insieme ormai, tremare, perche’ tremare fa la vita che se ne và con Te che porti via, con Te, la la Vita mia…
venerdì 10 gennaio 2020
quando l'Australia rapì i miei figli... lo scontro di Alfonso Luigi Marra, avvocato ed ex parlamentare europeo, con quel paese
quando l'Australia, nel 1985, rapì i miei figli. Ovvero della fatalità del mio scontro con quel paese e della fatalità di essere essa il primo paese occidentale a dover soccombere alla catastrofe climatica.
La detestavo così tanto l’Australia (gli australiani) che, nel 1987, in “Da Ar a Sir”, pur avendo fatto un grande sforzo per impedire all’odio di impadronirsi della penna, finii per scriverlo che «se fossi stato un dio della mitologia greca, l’avrei scagliata sotto le onde dell’oceano», sicché ora, vederla finire a fuoco, oltre ad addolorarmi profondamente, mi crea un grande disagio per quell’anatema che le scagliai. Perché le fiamme non si spegneranno finché ci sarà qualcosa che possa bruciare. Fermo restando che la vera apocalisse sarà tra poco, quando lì – come qui e in ogni dove – le temperature cominceranno a superare sistematicamente i 50 e più gradi.
Scontro fatale perché il fato secondo la concezione greca simbolizza che in ciascuno, in virtù delle caratteristiche genetiche, delle esperienze formative, e del modo e della misura in cui le pulsioni fondamentali interagiranno, andrà consolidandosi una struttura caratteriale e una corrispondente posizione volitivo/umorale (il suo io) che connoteranno ogni suo gesto.
Gesti che, in quanto univocamente connotati dall’ambito motivazionale di fondo, produrranno tipologie di eventi caratterizzati da costanti anch’esse di fondo, che causeranno il formarsi di una spirale di concomitanze univoche che sempre più lo attrarranno verso un tipo di esistenza coerente alla tipologia di spinte che lo muovono. Una spirale sempre più ampia ed irresistibile man mano che i gesti si sommeranno ai gesti e gli eventi si sommeranno agli eventi, e che costituisce appunto ciò che i Greci identificarono come fato.
Scontro fatale perché l’Australia era il mio antipodo geografico e culturale, ed il mio percorso culturale non avrebbe potuto completarsi se non misurandomici, così come la sua distruzione è, invero solo simbolicamente e non razionalmente, pur essa fatale perché è il Paese ‘migliore nell’essere il peggiore’ nella pratica delle concezioni consumistiche.
Australia per la quale nel 1994, da parlamentare europeo, sarei poi diventato membro della Delegazione del Parlamento Europeo e che, dal 1985, per 13 anni – a furia di pagine intere sui suoi massimi giornali, di atti giudiziali in forma di libri (tra cui appunto “Da Ar a Sir”: una storia della cultura che costituiva in realtà il mio ricorso alla Higth Court of Australia avverso l’omologazione di Stato del rapimento dei miei figli Giulio e Attilio), di ininterrotte circolari in inglese inviate ogni volta a tutti gli avvocati, magistrati, deputati, giornalisti e quant’altri, anche inglesi e di altri Paesi – si sarebbe auto eletta mio avversario nello scontro per ottenere dalla sua magistratura il rimpatrio dei miei figli, rapiti, in un gesto di eterna vendetta per il mio abbandono, dalla mia prima ex moglie.
Australia che, quando infine entrambi i miei figli, ormai maggiorenni, rientrarono in Italia da sé, aveva respinto, in 13 anni di continue cause, tutte le mie sacrosante azioni giudiziali per il rimpatrio (ripristinando invece il diritto all’accesso), con una durezza, una protervia, uno spregio del diritto e dei diritti umani, un’impermeabilità alla scienza e alla cultura, un’inqualificabile parzialità, che non cessavano mai di stupirmi in un Paese così ‘civile’.
Un’intera nazione australiana, perché nessuno disse una parola in mia difesa, in difesa delle ragioni della civiltà. Un’Australia che, nella grande sofferenza per quello che avevano fatto ai miei figli, a me, alla mia famiglia, avevo nei miei libri definito xenofoba, becera, incolta, fibrillante di un delirio di psicotica presunzione, un Paese dove, nelle vanagloriose visioni dei suoi cittadini, nei fiumi scorre il latte e le montagne sono fatte di marzapane, steaklandia eccetera. Per non parlare di quel che ne ho scritto ne “Il complesso di Santippe”.
Un’Australia che ora è il Paese dove vive mio figlio Giulio, sua moglie Sheryl, la mia nipotina Zelda, la sua sorellina Maya, ora in Italia per vacanze, e che spero si decidano a non rientrare, perché ho già detto che non ritengo cesserà più di bruciare.
Un’Australia che sapevo avrebbe ceduto per prima, ma che, da quando la cronaca giornaliera del suo cedere è divenuta apocalittica, non posso più odiare e che vorrei ci fosse il modo di salvare.
Tutt’altri stati d’animo da quando, nell’agosto del 1985 - nel mentre, per avere pubblicato la “Lettera di dimissioni di un avvocato della CGIL dal PCI e dal sindacato”, la “Lettera a Reagan”, ma soprattutto “La storia di Giovanni e Margherita”, subivo il livello di recriminazione più articolato, complesso e subdolo che si possa immaginare – la mia ex moglie, australiana di origine, residente a Napoli fin dal 1969, e che pure a Napoli avevo sposata nel 1973, anziché recarsi, come convenuto, all’isola d’Elba, per un periodo di vacanze, pensò bene, in seguito alla nostra separazione, di sfruttare quell’ostilità per darmi un buon colpo rapendo i nostri due figli, Giulio e Attilio, rispettivamente di tre e cinque anni e mezzo, entrambi nati e cresciuti a Napoli, trascinandoli con se in Australia.
Australia dove, nel mentre mi adoperavo per capire, reagire, porre rimedio, presentava un ricorso di 33 righe all’autorità giudiziaria in cui, premesse le generalità, premesso che c’eravamo separati e che lei ‘si trovava’ ora in Australia, nonché omessa – sul presupposto palese della più ampia disponibilità delle Istituzioni – ogni spiegazione in merito alla fuga e al rapimento, chiedeva l’affidamento esclusivo dei bambini scrivendo, quale unica motivazione: «Ho paura che mio marito ottenga in Italia un provvedimento giudiziario e che possa metterlo in esecuzione venendo in Australia e riportando i bambini in Italia con sé».
Paura dei provvedimenti della magistratura italiana che bastò da sola a indurre il giudice, senza neanche disporre che l’atto mi venisse notificato, ad accogliere la domanda delegittimandomi quale padre mediante copia di un ‘Order’ molto più simile a un certificato comunale che a un atto giudiziale e negandomi ogni diritto di intervenire nell’educazione dei miei figli o anche solo a fare loro una semplice visita o telefonata, salvo il consenso della madre, unica affidataria.
Prima parte della ‘procedura’ che non dava certo adito alla speranza, ma nonostante la quale non demorsi, per cui, dopo una via crucis durata quasi un anno per la difficoltà di agire in un posto tanto lontano, e durante il quale non seppi mai dove si trovasse, riuscii a comparire, a suon di milioni (di lire), dinanzi al tribunale della famiglia di Melbourne dove, per ben tre giorni, si svolse la causa più ipocritamente compita e inutile della mia vita di avvocato, visto che l’esito di quel giudizio era segnato, e i tre giorni trascorsero non, come in un primo momento avevo creduto, alla ricerca di tutti gli elementi utili per giungere a una decisione ben ponderata, ma alla ricerca meticolosa di un qualsiasi elemento atto a dare un minimo di fondamento alla decisione, assunta a priori, di resistermi in ogni modo e con tutte le forze, stante la mia qualità di eversivo in quanto portatore di un sapere antitetico alle logiche del sistema.
Momento in cui, nel tornare in Italia in preda ai sentimenti che lascio immaginare, mi resi conto che, ancora una volta, non si trattava di convincere, ma di vincere, e scrissi così un atto di appello che – preceduto da una serie di brani tratti dai miei libri, i veri imputati di quel processo – inviai per posta a tutti gli avvocati, i magistrati e i parlamentari australiani, con il titolo di “Lettera di un avvocato italiano agli intellettuali australiani”: un’opera scritta, appunto, non per convincere qualcuno della fondatezza delle mie richieste, invero ovvia, ma con l’obiettivo di bruciare a priori gli argomenti che prevedevo sarebbero stati utilizzati per rigettarle. Con il risultato che la Corte, pur alle strette, si limitò a pronunciare una sentenza che, per quello che valevano gli argomenti in essa svolti, rappresentava un puro gesto di autorità e l’equivalente di un semplice no.
Pubblicai allora l’“Atto d’appello” anche in italiano e lo inviai ai nostri parlamentari, contando che taluno si ribellasse allo spettacolo ignominioso della mia solitudine di fronte a un avversario tanto più grande e organizzato, e mi sostenesse nell’affermazione delle ragioni dei miei figli e mie, che erano di fatto anche le ragioni della civiltà e della corretta interrelazione fra Stati. Ma non si ribellò proprio nessuno.
Capii allora che, se quello che mi accadeva era il risultato degli errori e della profonda degenerazione della cultura occidentale nel mondo, non avrei mai vinto quella causa se prima non fossi riuscito a modificarla. Che era poi la cosa che appunto, attraverso i miei libri, cercavo in tutti i modi di fare, e della quale, da qui agli antipodi, con quel rapimento mi si voleva punire.
E fu così che il mio ricorso all’Hight Court divenne una storia della cultura dalle origini ai giorni nostri: cultura che è l’ultima cosa al mondo alla quale si pensi veramente di dover dedicare un serio sforzo di bonifica, nonostante stia per causare da un momento all’altro o la morte di miliardi di uomini o l’estinzione del genere umano.
Un occidente che non sa cosa sia la moralità del dialogo, ed in cui cioè ciascuno continua ancor oggi, pur di fronte ad un così drammatico fallimento, ad usare le parole solo in funzione degli obiettivi infischiandosene di ogni loro rispondenza alla verità.
Un’Australia di cui allora era primo ministro Hawke, espressione dello stesso tipo di maggioranza che ha causato l’elezione di un soggetto come l’attuale Morrison, il quale insiste persino ora, pur di non scontentare il suo elettorato ed i suo padroni delle banche e delle miniere, nel suo folle negazionismo climatico.
10.1.2020, ALM (Alfonso Luigi Marra)
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| l'Australia in fiamme |
Scontro fatale perché il fato secondo la concezione greca simbolizza che in ciascuno, in virtù delle caratteristiche genetiche, delle esperienze formative, e del modo e della misura in cui le pulsioni fondamentali interagiranno, andrà consolidandosi una struttura caratteriale e una corrispondente posizione volitivo/umorale (il suo io) che connoteranno ogni suo gesto.
Gesti che, in quanto univocamente connotati dall’ambito motivazionale di fondo, produrranno tipologie di eventi caratterizzati da costanti anch’esse di fondo, che causeranno il formarsi di una spirale di concomitanze univoche che sempre più lo attrarranno verso un tipo di esistenza coerente alla tipologia di spinte che lo muovono. Una spirale sempre più ampia ed irresistibile man mano che i gesti si sommeranno ai gesti e gli eventi si sommeranno agli eventi, e che costituisce appunto ciò che i Greci identificarono come fato.
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| Alfonso Luigi Marra, avvocato ed ex parlamentare europeo |
Australia per la quale nel 1994, da parlamentare europeo, sarei poi diventato membro della Delegazione del Parlamento Europeo e che, dal 1985, per 13 anni – a furia di pagine intere sui suoi massimi giornali, di atti giudiziali in forma di libri (tra cui appunto “Da Ar a Sir”: una storia della cultura che costituiva in realtà il mio ricorso alla Higth Court of Australia avverso l’omologazione di Stato del rapimento dei miei figli Giulio e Attilio), di ininterrotte circolari in inglese inviate ogni volta a tutti gli avvocati, magistrati, deputati, giornalisti e quant’altri, anche inglesi e di altri Paesi – si sarebbe auto eletta mio avversario nello scontro per ottenere dalla sua magistratura il rimpatrio dei miei figli, rapiti, in un gesto di eterna vendetta per il mio abbandono, dalla mia prima ex moglie.
Australia che, quando infine entrambi i miei figli, ormai maggiorenni, rientrarono in Italia da sé, aveva respinto, in 13 anni di continue cause, tutte le mie sacrosante azioni giudiziali per il rimpatrio (ripristinando invece il diritto all’accesso), con una durezza, una protervia, uno spregio del diritto e dei diritti umani, un’impermeabilità alla scienza e alla cultura, un’inqualificabile parzialità, che non cessavano mai di stupirmi in un Paese così ‘civile’.
Un’intera nazione australiana, perché nessuno disse una parola in mia difesa, in difesa delle ragioni della civiltà. Un’Australia che, nella grande sofferenza per quello che avevano fatto ai miei figli, a me, alla mia famiglia, avevo nei miei libri definito xenofoba, becera, incolta, fibrillante di un delirio di psicotica presunzione, un Paese dove, nelle vanagloriose visioni dei suoi cittadini, nei fiumi scorre il latte e le montagne sono fatte di marzapane, steaklandia eccetera. Per non parlare di quel che ne ho scritto ne “Il complesso di Santippe”.
Un’Australia che ora è il Paese dove vive mio figlio Giulio, sua moglie Sheryl, la mia nipotina Zelda, la sua sorellina Maya, ora in Italia per vacanze, e che spero si decidano a non rientrare, perché ho già detto che non ritengo cesserà più di bruciare.
Un’Australia che sapevo avrebbe ceduto per prima, ma che, da quando la cronaca giornaliera del suo cedere è divenuta apocalittica, non posso più odiare e che vorrei ci fosse il modo di salvare.
Tutt’altri stati d’animo da quando, nell’agosto del 1985 - nel mentre, per avere pubblicato la “Lettera di dimissioni di un avvocato della CGIL dal PCI e dal sindacato”, la “Lettera a Reagan”, ma soprattutto “La storia di Giovanni e Margherita”, subivo il livello di recriminazione più articolato, complesso e subdolo che si possa immaginare – la mia ex moglie, australiana di origine, residente a Napoli fin dal 1969, e che pure a Napoli avevo sposata nel 1973, anziché recarsi, come convenuto, all’isola d’Elba, per un periodo di vacanze, pensò bene, in seguito alla nostra separazione, di sfruttare quell’ostilità per darmi un buon colpo rapendo i nostri due figli, Giulio e Attilio, rispettivamente di tre e cinque anni e mezzo, entrambi nati e cresciuti a Napoli, trascinandoli con se in Australia.
Australia dove, nel mentre mi adoperavo per capire, reagire, porre rimedio, presentava un ricorso di 33 righe all’autorità giudiziaria in cui, premesse le generalità, premesso che c’eravamo separati e che lei ‘si trovava’ ora in Australia, nonché omessa – sul presupposto palese della più ampia disponibilità delle Istituzioni – ogni spiegazione in merito alla fuga e al rapimento, chiedeva l’affidamento esclusivo dei bambini scrivendo, quale unica motivazione: «Ho paura che mio marito ottenga in Italia un provvedimento giudiziario e che possa metterlo in esecuzione venendo in Australia e riportando i bambini in Italia con sé».
Paura dei provvedimenti della magistratura italiana che bastò da sola a indurre il giudice, senza neanche disporre che l’atto mi venisse notificato, ad accogliere la domanda delegittimandomi quale padre mediante copia di un ‘Order’ molto più simile a un certificato comunale che a un atto giudiziale e negandomi ogni diritto di intervenire nell’educazione dei miei figli o anche solo a fare loro una semplice visita o telefonata, salvo il consenso della madre, unica affidataria.
Prima parte della ‘procedura’ che non dava certo adito alla speranza, ma nonostante la quale non demorsi, per cui, dopo una via crucis durata quasi un anno per la difficoltà di agire in un posto tanto lontano, e durante il quale non seppi mai dove si trovasse, riuscii a comparire, a suon di milioni (di lire), dinanzi al tribunale della famiglia di Melbourne dove, per ben tre giorni, si svolse la causa più ipocritamente compita e inutile della mia vita di avvocato, visto che l’esito di quel giudizio era segnato, e i tre giorni trascorsero non, come in un primo momento avevo creduto, alla ricerca di tutti gli elementi utili per giungere a una decisione ben ponderata, ma alla ricerca meticolosa di un qualsiasi elemento atto a dare un minimo di fondamento alla decisione, assunta a priori, di resistermi in ogni modo e con tutte le forze, stante la mia qualità di eversivo in quanto portatore di un sapere antitetico alle logiche del sistema.
Momento in cui, nel tornare in Italia in preda ai sentimenti che lascio immaginare, mi resi conto che, ancora una volta, non si trattava di convincere, ma di vincere, e scrissi così un atto di appello che – preceduto da una serie di brani tratti dai miei libri, i veri imputati di quel processo – inviai per posta a tutti gli avvocati, i magistrati e i parlamentari australiani, con il titolo di “Lettera di un avvocato italiano agli intellettuali australiani”: un’opera scritta, appunto, non per convincere qualcuno della fondatezza delle mie richieste, invero ovvia, ma con l’obiettivo di bruciare a priori gli argomenti che prevedevo sarebbero stati utilizzati per rigettarle. Con il risultato che la Corte, pur alle strette, si limitò a pronunciare una sentenza che, per quello che valevano gli argomenti in essa svolti, rappresentava un puro gesto di autorità e l’equivalente di un semplice no.
Pubblicai allora l’“Atto d’appello” anche in italiano e lo inviai ai nostri parlamentari, contando che taluno si ribellasse allo spettacolo ignominioso della mia solitudine di fronte a un avversario tanto più grande e organizzato, e mi sostenesse nell’affermazione delle ragioni dei miei figli e mie, che erano di fatto anche le ragioni della civiltà e della corretta interrelazione fra Stati. Ma non si ribellò proprio nessuno.
Capii allora che, se quello che mi accadeva era il risultato degli errori e della profonda degenerazione della cultura occidentale nel mondo, non avrei mai vinto quella causa se prima non fossi riuscito a modificarla. Che era poi la cosa che appunto, attraverso i miei libri, cercavo in tutti i modi di fare, e della quale, da qui agli antipodi, con quel rapimento mi si voleva punire.
E fu così che il mio ricorso all’Hight Court divenne una storia della cultura dalle origini ai giorni nostri: cultura che è l’ultima cosa al mondo alla quale si pensi veramente di dover dedicare un serio sforzo di bonifica, nonostante stia per causare da un momento all’altro o la morte di miliardi di uomini o l’estinzione del genere umano.
Un occidente che non sa cosa sia la moralità del dialogo, ed in cui cioè ciascuno continua ancor oggi, pur di fronte ad un così drammatico fallimento, ad usare le parole solo in funzione degli obiettivi infischiandosene di ogni loro rispondenza alla verità.
Un’Australia di cui allora era primo ministro Hawke, espressione dello stesso tipo di maggioranza che ha causato l’elezione di un soggetto come l’attuale Morrison, il quale insiste persino ora, pur di non scontentare il suo elettorato ed i suo padroni delle banche e delle miniere, nel suo folle negazionismo climatico.
10.1.2020, ALM (Alfonso Luigi Marra)
domenica 1 dicembre 2019
vi hanno fatto credere... – il mondo capovolto di Antonio Di Siena
“Vi hanno fatto credere che la Patria sia una cosa da fascisti, mentre vi trasformavano in fanatici nazionalisti di un macro Stato di nome “Unione Europea”.
Vi hanno fatto credere che per essere “veramente di sinistra” la vostra patria “è il mondo intero”, come cantavano gli anarchici. Facendovi dimenticare che quel Che che ostentate su magliette made in Bangladesh, gridava “Patria o morte”.
Vi hanno fatto credere che solidarietà internazionale non significa solidarietà “tra le nazioni”, ma senza le nazioni. E mentre smantellavano quelle più forti e soggiogavano ancor più le più deboli, vi trasformavano in apolidi, cittadini di un mondo che tutto depreda e privatizza.
Vi hanno fatto credere che i confini non esistono, mentre vi trasformavano nei paladini della terra di nessuno, dove non esistendo un territorio non può esserci esercizio di sovranità popolare, e quindi democrazia. Vi hanno fatto credere che il primo problema di un migrante sia farsi accogliere e non vivere dignitosamente a casa sua. Trasformandovi nei difensori della nuova tratta degli schiavi del modello neo coloniale.
Vi hanno fatto credere che la libera circolazione sia fare l’Erasmus, mentre vi trasformavano in mendicanti errabondi che non possono spostarsi liberamente, ma solo a seconda delle opportunità, del lavoro e del salario. Manodopera al servizio del padrone. Vi hanno fatto credere che la vera libertà coincide con il libero mercato che tutto può comprare, compresi i bambini. Mentre trasformavano voi stessi e i vostri figli in nient’altro che merce.
Vi hanno fatto credere che i diritti civili siano la quintessenza della moderna civiltà. Mentre vi trasformavano in precari con salari da fame, senza casa, senza lavoro, senza futuro. Vi hanno fatto credere che il socialismo e la rivoluzione siano fossili del novecento, che l’individuo venga prima dello Stato e della comunità. Trasformandovi in atomi incapaci di formare una massa e quindi di essere popolo. “Non mi avrete mai come volete voi” cantavate orgogliosi nelle manifestazioni. E invece vi hanno avuto esattamente come volevano. Soldatini del pensiero unico con indosso la stessa non-divisa, quella degli omologati nella categoria degli apparentemente diversi. Esotici e ammaestrati animali da circo la cui unica prospettiva è un tendone colorato. Lo stesso del domatore”. (Antonio Di Siena – IL MONDO CAPOVOLTO)
Vi hanno fatto credere che per essere “veramente di sinistra” la vostra patria “è il mondo intero”, come cantavano gli anarchici. Facendovi dimenticare che quel Che che ostentate su magliette made in Bangladesh, gridava “Patria o morte”.
Vi hanno fatto credere che solidarietà internazionale non significa solidarietà “tra le nazioni”, ma senza le nazioni. E mentre smantellavano quelle più forti e soggiogavano ancor più le più deboli, vi trasformavano in apolidi, cittadini di un mondo che tutto depreda e privatizza.
Vi hanno fatto credere che i confini non esistono, mentre vi trasformavano nei paladini della terra di nessuno, dove non esistendo un territorio non può esserci esercizio di sovranità popolare, e quindi democrazia. Vi hanno fatto credere che il primo problema di un migrante sia farsi accogliere e non vivere dignitosamente a casa sua. Trasformandovi nei difensori della nuova tratta degli schiavi del modello neo coloniale.
Vi hanno fatto credere che la libera circolazione sia fare l’Erasmus, mentre vi trasformavano in mendicanti errabondi che non possono spostarsi liberamente, ma solo a seconda delle opportunità, del lavoro e del salario. Manodopera al servizio del padrone. Vi hanno fatto credere che la vera libertà coincide con il libero mercato che tutto può comprare, compresi i bambini. Mentre trasformavano voi stessi e i vostri figli in nient’altro che merce.
Vi hanno fatto credere che i diritti civili siano la quintessenza della moderna civiltà. Mentre vi trasformavano in precari con salari da fame, senza casa, senza lavoro, senza futuro. Vi hanno fatto credere che il socialismo e la rivoluzione siano fossili del novecento, che l’individuo venga prima dello Stato e della comunità. Trasformandovi in atomi incapaci di formare una massa e quindi di essere popolo. “Non mi avrete mai come volete voi” cantavate orgogliosi nelle manifestazioni. E invece vi hanno avuto esattamente come volevano. Soldatini del pensiero unico con indosso la stessa non-divisa, quella degli omologati nella categoria degli apparentemente diversi. Esotici e ammaestrati animali da circo la cui unica prospettiva è un tendone colorato. Lo stesso del domatore”. (Antonio Di Siena – IL MONDO CAPOVOLTO)
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sabato 23 novembre 2019
Procol Harum: a whiter shade of pale - 1967 - testo e traduzione in italiano
a whiter shade of pale
We skipped the light fandango Turned cartwheels 'cross the floor I was feeling kinda seasick But the crowd called out for more The room was humming harder As the ceiling flew away When we called out for another drink The waiter brought a tray And so it was that later As the miller told his tale That her face, at first just ghostly, Turned a whiter shade of pale She said, "There is no reason And the truth is plain to see." But I wandered through my playing cards And would not let her be One of sixteen vestal virgins Who were leaving for the coast And although my eyes were open They might have just as well been closed And so it was that later As the miller told his tale That her face, at first just ghostly, Turned a whiter shade of pale and so it was… etc.
We skipped the light fandango Turned cartwheels 'cross the floor I was feeling kinda seasick But the crowd called out for more The room was humming harder As the ceiling flew away When we called out for another drink The waiter brought a tray And so it was that later As the miller told his tale That her face, at first just ghostly, Turned a whiter shade of pale She said, "There is no reason And the truth is plain to see." But I wandered through my playing cards And would not let her be One of sixteen vestal virgins Who were leaving for the coast And although my eyes were open They might have just as well been closed And so it was that later As the miller told his tale That her face, at first just ghostly, Turned a whiter shade of pale and so it was… etc.
UN'OMBRA PIU' BIANCA DEL PALLIDO
Evitammo il leggero fandango,
Evitammo il leggero fandango,
giravano carrelli sul pavimento,
mi
sentivo come avessi il mal di mare
ma
la folla chiedeva di più
la
stanza rimbombava più forte
come
se il soffitto volasse via
Quando
ordinammo un'altra bibita
Il
cameriere portò un vassoio
E
fu così che più tardi
appena
la Mugnaia raccontò la storia di lui
che
la sua faccia, all’inizio solo spettrale,
divenne
di un'ombra più bianca del pallido
lei
disse che non c’era nessuna ragione
e
la verità è semplice da vedere
ma
io vagavo tra le mie carte da gioco
e
non volevo permettere che lei fosse
una
delle sedici vergini vestali
che
stavano lasciando la costa
e
sebbene i miei occhi fossero aperti
potrebbero
anche essere stati chiusi
E
fu così che più tardi
appena
la Mugnaia raccontò la storia di lui
che
la sua faccia, all’inizio solo spettrale
divenne
di un'ombra più bianca del pallido
e fu così che più tardi...
ecc... (traduzione di s. bros.)
e fu così che più tardi...
ecc... (traduzione di s. bros.)
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lunedì 4 novembre 2019
Cassibile, 3 settembre 1943: non fu armistizio ma tradimento
Dopo il
tradimento di Cassibile del 3 settembre del 1943 avvenne che:
Il 29
settembre 1943 nelle acque di Malta, sul quadrato della nave
britannica “Nelson”, si riunirono: per gli “alleati”
invasori, il gen. Eisenhower, l'ammiraglio Cunningham, il gen.
MacFarlane, il gen. Gorth, coi loro ufficiali. Per l'Italia i
seguenti traditori: il Maresciallo Badoglio, il gen. Ambrosio, il
gen. Roatta, il gen. Sandalli, l'ammiraglio De Courten, coi loro
ufficiali. Nella riunione ci fu la seguente richiesta assurda da
parte degli anglo-americani attraverso il gen. Eisenhower:
l'Italia
deve dichiarare guerra da subito alla Germania. Fu così che grazie a
questi traditori la Germania da paese alleato ed amico divenne paese
nemico. Eisenhower chiese e Badoglio accettò senza fiatare: Le
Forze italiane di terra, mare, aria, ovunque si trovino, a questo
scopo si arrendono. La partecipazione dell'Italia alla guerra in
qualsiasi zona deve cessare immediatamente. Tutto il patrimonio
militare, artistico, culturale, territoriale italiano passerà nelle
mani degli anglo-americani.
Le
Forze italiane di terra mare ed aria, entro il termine che verrà
stabilito dalle Nazioni Unite, si ritireranno da tutti i territori
fuori dell'Italia che saranno notificati al Governo italiano dalle
Nazioni Unite e si trasferiranno in quelle zone che verranno indicate
dalle Nazioni Unite. Questi movimenti delle Forze di terra, mare e
aria verranno eseguiti secondo le istruzioni che verranno impartite
dalle Nazioni Unite e in conformità degli ordini che verranno da
esse emanati. Nello stesso modo, tutti i funzionari italiani
lasceranno le zone notificate, eccetto coloro ai quali verrà dato il
permesso di rimanere da parte delle Nazioni Unite.
Tutte
le navi da guerra e gli aerei militari italiani passeranno agli
alleati anglo-americani. All'Italia viene proibita la fabbricazione e
la costruzione di qualsiasi materiale bellico. Il governo italiano
deve sottostare ai comandi degli anglo-americani.
Tutte
le navi italiane mercantili, da pesca ed altre imbarcazioni, ovunque
si trovino, nonché quelle costruite o completate durante il periodo
di validità del presente atto, saranno dalle competenti autorità
italiane messe a disposizione, in buono stato di riparazione e di
navigazione, in quei luoghi e per quegli scopi e periodi di tempo che
le Nazioni Unite potranno prescrivere. Acque territoriali e territori
italiani saranno sotto controllo anglo-americano. Il governo italiano
ubbidirà a tutte le richieste delle potenze alleate anglo-americane.
Tutte le organizzazioni italiane fasciste devono essere sciolte e le
leggi abrogate se gli anglo-americani lo richiedono. Anche le colonie
italiane saranno controllate dalle potenze alleate. (sa. brosal.)
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