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| La svastica a Sibari, antica metropoli della "Magna Grecia". |
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Cicogne negli scavi di Sibari. Nell’antica Grecia questo uccello era sacro alla dea Hera (Giunone) – Ph. ©
Stefano Contin
«Non credo che esista al mondo nulla di più bello della campagna
dove fu Sibari, c’è tutto: il verde ridente dei dintorni di Napoli, la
grandiosità dei più maestosi paesaggi alpestri, il sole ed il mare della
Grecia»
François Lenormant, 1881
Costa di Sibari – Ph. © Stefano Contin
«…Immaginatevi un immenso anfiteatro di montagne, profondo più di
quaranta chilometri e aperto sul mare per una lunghezza di trenta. A
nord il Monte Pollino, scosceso e spoglio, si alza, quasi senza
contrafforti, per dirupi selvaggi e desolati fino al picco di vetta,
alto 2200 metri, dove la neve non si scioglie fino a metà giugno e dove
spesso, già ad ottobre, ricomincia a cadere…»
François Lenormant, 1881
La costa di Sibari e, sullo sfondo, il massiccio del Pollino – Ph. © Stefano Contin
«C’era una grande città, moltissimo celebrata, maestosa, opulenta, bella, denominata Sibari dal fiume Sybaris»
Scimno di Chio, II sec. a.C.
Cicogne negli scavi di Sibari – Ph. © Stefano Contin
«Avendo nei tempi passati i Greci fondato Sibari in Italia, avvenne
che per la singolare fertilità del suolo in breve la città prosperò e
divenne ricca, poiché essendo stata collocata fra due fiumi, il Crati e
il Sybaris, da cui ebbe il nome, e coltivando i suoi abitanti una
campagna vasta e ricca di piante d’ogni genere, presto poterono
accumulare molta ricchezza, e concessa a molti la cittadinanza, salirono
d’importanza a tal grado da superare di molto tutte le altre città
d’Italia. E infatti vi crebbe così tanto la popolazione, da contenere
essa sola trecentomila uomini…»
Diodoro Siculo, I sec. a.C.
Scorcio degli scavi di Sibari – Ph. © Stefano Contin
«Dicono che nella Sibaritide la natura della terra fosse tale per cui produceva il centuplo della semenza»
Marco Terenzio Varrone, I sec. a.C.
Risaie nella Piana di Sibari – Ph. © Stefano Contin
«Sibari trae vantaggio da tutto. Concede esenzioni d’imposte, punti
franchi, agevolazioni doganali. Si converte in una fiera permanente fra
l’oriente e l’occidente mediterraneo. Esporta vino, pelli, olio, cera,
legna, miele, pece del suo territorio. Ottime strade percorrono in ogni
senso il paese. Condutture trasportano dalla campagna in città e fino al
punto d’imbarco, l’olio e il vino. Provetti artigiani, protetti da
leggi speciali, alimentano una fiorente industria. In un secolo di vita
eroica il “molle sibarita” ha saputo creare qualcosa di superiore ad
ogni altra della sua epoca. Quattro nazioni e venticinque città indigene
riconoscono la sua autorità. Ospita tecentomila abitanti liberi, oltre
gli schiavi, mentre la cinta delle sue mura si estende per nove
chilometri. Nelle vie e nelle piazze della città, divenuta la maggiore
dell’occidente, volteggiano 5000 cavalieri in corazza geminata e manto
di porpora…La stessa Atene, al massimo del suo splendore, non riuscirà
che ad allinearne un quarto di questa cifra»
Kazimiera Szimanska Alberti, 1949
Mosaici con svastiche, simboli solari – Ph. © Stefano Contin
«Nei prati di Sibari crescevano le fragole tra i fiori e l’erbe
odorose. Quivi le api non cessavano in tutto l’anno di lavorare un miele
dolcissimo. E quasi quel suolo secondar volesse in tutte le stagioni la
golosità de’ suoi abitanti, alimentava una vite detta Tarrupia, che
portava grappoli anche nel cuor dell’inverno. Oltrechè Sibari, in mezzo a
due fiumi pescosi, e vicino ad un mare popolato d’ogni generazione di
pesci, poteva avere senza disagio quanto le acque danno di più delizioso
al palato»
Romualdo Cannonero, 1876
Scorcio della Piana di Sibari. Alle spalle il massiccio del Pollino – Ph. © Stefano Contin
«Se non fossero andati perduti i libri di Timeo, di Filarco edi
altri antichi, di cui Ateneo ci serbò qualche passo intorno ai costumi
dei Sibariti, noi avremmo a stupire del sontuoso banchettare di questo
popolo, e dei raffinamenti ch’egli recò all’arte di cucinare e insapor
le vivande. [Ateneo] riferisce che a Sibari gli apparecchiatori delle
mense, i quali trovavano nuove fogge di splendidezza all’apparato dei
conviti, e i cuochi che sapevano condire i cibi di squisitezze nuove,
erano premiati di corone d’oro, celebrati nelle sacre feste e nei
pubblici giochi con quegli onori, che presso gli altri popoli solevansi
tributare agli eroi ed ai salvatori della patria. Era legge che se un
cuoco di sua privata industria avesse inventato una nuova, appetitosa
vivanda, nessuno, salvo che l’inventore, ne potesse far uso prima
dell’anno seguente, perché egli solo traesse guadagno dalla sua
invenzione: volendo con tal privilegio incoraggiare gli altri cuochi al
perfezionamento dell’arte (…)»
Romualdo Cannonero, 1876
Armenti al pascolo, Piana di Sibari – Ph. © Stefano Contin
Mentre a Sibari i cuochi popolavano le case dei ricchi, ed erano
considerati fra i cittadini più benemeriti e degni d’onore, i Romani non
avevano ancora fornai e le donne loro facevano il pane in famiglia (…).
A Sibari le ricche famiglie salariavano i cuochi a legioni. Smindiride
allorché si presentò alla corte di Clistene, era seguito da mille fra
cuochi, cacciatori e pescatori (…). I cuochi di Sibari erano ingegnosi a
manipolare quelle salse che sono più atte a stuzzicare i palati sazi di
ogni buon cibo. Il garo è una loro invenzione. Gli antichi lo
riducevano a guazzetto, stemperandolo con l’aceto, o col vino, o con
l’olio. Esso mantenevasi in altissimo credito ancora al tempo della
maggiore ghiottoneria romana, ed era una delle più gustate salse alla
mensa dell’imperatore Eliogabalo (…) . Seneca chiama sanie
questa sibaritica salsa, e Marziale la chiama fece.»
Romualdo Cannonero, 1876
- Coppia di asini e una cicogna nella Piana di Sibari – Ph. © Stefano Contin
«Favoriti dal benigno cielo di Sibari gli oliveti e le vigne
recavano frutti in sì meravigliosa abbondanza, che divennero le due
principali sorgenti della ricchezza de’Sibariti (…). I Sibariti che
traevano dai loro oliveti una immensa quantità di olii pregiatissimi,
possedevano dunque un tesoro che rinnovavasi tutti gli anni (…).
Un’altra inesauribile fonte di lucro pei Sibariti era il commercio del
vino, come appare dalla foglia di vite ch’essi ponevano nelle loro
monete. E non meno che gli olii erano celebrati i vini di Sibari (…).
Per agevolarne lo spaccio i Sibariti avevano scavato delle cantine
presso il lido del mare, alle quali per vie sotterranee trasportavanli
dalle campagne, e li mandavano in paesi meno che Sibari favoriti dal
cielo…»
Romualdo Cannonero, 1876
Un tratto della costa di Sibari – Ph. © Stefano Contin
«L’esuberanza dei doni della terra li aveva spinti al commercio che
essi estesero con la navigazione dall’estremo oriente all’estremo
occidente del Mediterraneo, potendo la poca distanza che li separava dal
lido essere facilmente superata per l’acqua del Crati…»
Romualdo Cannonero, 1876
La valle del torrente Raganello, nella Sibaritide – Ph. © Stefano Contin
«Fecondissime erano non meno le valli poste fra i monti sovrapposti al mare…»
Nicola Leoni, 1862
Il corso del fiume Crati nei pressi della foce – Ph. © Stefano Contin
«Gli antichi attribuirono prodigiose virtù ai due fiumi Sibarys e
Crati, e i canti dei poeti ne ornarono fantasticamente le rive. Sulle
sponde del Sybaris, Cigno trasformato da Marte in uccello del medesimo
nome si era sposato ad una gru…»
Romualdo Cannonero, 1876
Capra al pascolo lungo la costa della Sibaritide – Ph. © Stefano Contin
«Le greggi che bevevano al Crati divenivano bianche; nere quelle che
bevevano al Sybaris. Il primo faceva la pelle candida e morbida, e i
capelli aurei e distesi a chi si lavava nelle sue acque; al contrario il
secondo la pelle ruvida e bruna e i capelli neri e ricciuti…»
Romualdo Cannonero, 1876
Tratto del fiume Crati presso la foce – Ph. © Stefano Contin
«Il Crati rendeva feconde le pecore, e il Sibarys gli uomini generativi…»
Romualdo Cannonero, 1876
La foce del fiume Crati – Ph. © Stefano Contin
«Presso la foce dell’uno era venuta a rifugiarsi Anna sorella di
Didone; sulla riva dell’altro conservavansi in un piccolo tempio l’arco e
le frecce ch’Ercole aveva consegnato a Filottete…»
Romualdo Cannonero, 1876
Cavallo sulle rive del Mar Jonio, nella Sibaritide – Ph. © Stefano Contin
«[A Sibari]
il pranzo era rallegrato da suoni, da canti e
da balli; se non che in luogo di leggiadre danzatrici, introducevansi
ne’ banchetti cavalli ammaestrati a ballare al suon delle tibie. A certe
sinfonie quei docili e intelligenti quadrupedi rizzavansi sulle zampe
di dietro, e colle zampe dinanzi gesticolando a guisa dei pantomimi, e
muovendo le groppe a cadenza di musica, ballavano a sollazzo de’
convitati…»
Romualdo Cannonero, 1876
La spiaggia di Sibari – Ph. © Stefano Contin
«Si vuole che nella spiaggia del mare, posta fra i due fiumi Crati e
Sybaris, molte navi greche che tornavano da Troia furono bruciate,
mentre i Greci per ristorarsi un poco dal lungo viaggio eran discesi nel
lido. Essi portavano prigioniere alcune donne troiane, le quali
afflitte dalla triste sorte della loro patria e dalla loro presente
sventura, e stanche del lungo cammino, deliberarono d’ivi morire meglio
che rimettersi in mare, tanto più che arrivando in Grecia, non speravano
miglior ventura che quella di essere schiave. Affinché meglio potessero
dare effetto alla loro decisione, per consiglio di una di esse chiamata
Setea, appena furono sbarcati tutti gli uomini, appiccaron fuoco alle
navi e tutte le ridussero in cenere.»
Domenico Marincola Pistoja, 1845
La foce del fiume Crati al Crepuscolo – Ph. © Stefano Contin
«…Sul lido del mare fra l’uno e l’altro fiume era stata inchiodata
in croce la troiana Setea, la quale per liberare sé e le compagne dalla
cattività dei nemici, aveva bruciato le navi che le conducevano in
Grecia. La Storia non si diletta di favole; tuttavia qui esse giovano a
mostrare che la città di Sibari doveva essere venuta in grande rinomanza
nel mondo, se tanto furono celebrati i due fiumi fra i quali era
posta.»
Romualdo Cannonero, 1876
Il mare di Sibari – Ph. © Stefano Contin
«Dai Sibariti si dice esser stata pure inventata l’arte di tesser le
penne degli uccelli variamente colorate, delle quali essi formavano dei
tessuti molto pregevoli. E Aristotele ci racconta che regnando Dionisio
il vecchio, un Sibarita di nome Alcistene fece una veste di piume di
color di porpora tessute meravigliosamente, la quale era pure nobilmente
fregiata di pietre preziose. Questa, portata a vendere nella fiera che
si faceva ogni anno a Crotone nel tempio di Giunone Lacinia, in cui
approdava gente da tutte le parti d’Italia e da altri regni ancora,
destò moltissima meraviglia in chiunque la vedeva; e, comperata da
alcuni mercanti cartaginesi per centoventi talenti, fu da quelli portata
nella lor patria per onorarne la statua di Giunone. Ma non questi solo
erano i pregi di questa meravigliosa veste; perché, al dire dello stesso
scrittore, la sua larghezza era di quindici cubiti [6.60 metri],
il
colore di porpora (…) ed aveva il fondo tutto sparso di molte e varie
generazioni di piccoli animali. Nella parte superiore si vedeva
effigiata la città di Susa, e nel lembo la Persia; nel mezzo poi vi
splendevano le immagini di Giove, Giunone, Temi, Pallade, Apollo e
Venere; e da un lato era il ritratto dello stesso artefice Alcistene, e
la città di Sibari sua patria dall’altro…»
Domenico Marincola Pistoja, 1845
Gruccione, Piana di Sibari – Ph. © Stefano Contin
«All’avvedutezza dei suoi primi fondatori dovette Sibari l’esser
piantata vicino al mare in una larga e fertile pianura, irrigata dal
Crati navigabile e dal Sybaris…»
Nicola Leoni, 1862
Il mare di Sibari – Ph. © Stefano Contin
«…Ma mentre gli abitanti potevano trarre da una sì felice posizione
tutti i vantaggi dell’agricoltura e del commercio interno, il loro
spirito animoso par che volgesse di buon’ora tutta la sua capacità al
traffico di mare. Molti prodotti di un suolo fecondo, fatto esuberante
dalla coltivazione, porgevano agli industriosi coloni copiosa materia di
permuta, cui dava valore un’ampia e rapida circolazione, mediante la
loro consumata perizia nella nautica.»
Nicola Leoni, 1862
Primavera negli scavi di Sibari – Ph. © Stefano Contin
«…Questo lucroso commercio si estendeva non solo al continente della
Grecia e alle isole dell’Egeo, ma si allargò benanche alla riviera
della Ionia (…). Mediante anche la conquista, che prima aveva fatto
della importante città di Pesto, si estesero anche nel Tirreno il
commercio ed il potere di Sibari, la quale con pari felicità dedusse da
quel versante le due colonie di Laos e di Scidro.»
Nicola Leoni, 1862
Il mare di Sibari durante un temporale – Ph. © Stefano Contin
«[Dopo la distruzione di Sibari ad opera dei Crotoniati]
,
gli Ateniesi, essendo arconte Callimaco, ricevuti ed uditi i legati
Sibariti, e accolta l’ambasciata seguendo i consigli di Pericle,
convennero di aiutarli. Sicché, pubblicato in tutto il Peloponneso che
essi, proteggendo quella colonia, avrebbero favorito tutti coloro che vi
si fossero voluti trasferire, equipaggiata una flotta di dieci
vascelli, molti Ateniesi e numerosa gente raccolta dagli altri stati
della Grecia si imbarcarono per venire in Italia, sotto il comando dei
due capitani Lampone e Xenocrito e guidati dall’Ateniese Ierone. Però
prima di partire, consultato l’oracolo di Apollo, fu risposto loro che
qualora avessero voluto prosperare, dovevano riedificare la città non
nell’antico sito, ma in quel luogo ove trovando mediocre quantità di
acqua avrebbero avuto grande abbondanza di pane…»
Domenico Marincola Pistoja, 1845»
Negli scavi di Sibari – Ph. © Stefano Contin
«…Dopo un prospero navigare, la spedizione giunse felicemente alla spiaggia del mare sibaritico…»
Domenico Marincola Pistoja, 1845»
Il mare di Sibari al tramonto – Ph. © Stefano Contin
«…La prima cosa però che fecero fu di trovare il luogo designato loro dall’Oracolo per la riedificazione della nuova città…»
Domenico Marincola Pistoja, 1845
Il mare di Sibari e il massiccio del Pollino al tramonto – Ph. © Stefano Contin
«…Fu rinvenuta da costoro non lontano da Sibari una fontana,
appellata Turio, che versava le acque da un canale di bronzo dai vicini
abitanti chiamato Medimno;
e giudicando esser quello il luogo
dall’Oracolo indicato ad essi per veder fertilissime quelle terre;
riunitisi ai pochi Sibariti rimasti, e tenute a bada le ostilità dei
Crotoniati contro di loro, fabbricarono in quel luogo la città novella…»
Domenico Marincola Pistoja, 1845
Il mare di Sibari e il massiccio del Pollino al tramonto – Ph. © Stefano Contin
«Nel buio ripassai dalla stazione che porta il nome di Sibari; e via
via lungo il mare, da cui spesso mi raggiungeva il suono delle onde…»
George Gissing, 1901
Le risaie di Sibari al tramonto – Ph. © Stefano Contin
«Che la Bellezza, odimi bene, Fedro, la Bellezza soltanto è divina e
visibile a un tempo, ed è per questo che essa è la via al sensibile, è,
piccolo Fedro, la via che mena l’artista allo spirito.»
Thomas Mann, 1912
Toro cozzante, bronzo, V-IV sec. a.C., Museo Archeologico Nazionale, Sibari