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giovedì 2 aprile 2020

Sila - Villaggio ardorino: Oasi di pace


"Il villaggio Ardorino" si trova sull'altopiano della Sila a 1300 mt. s.l.m., in località Trepidò di Cotronei (KR), dislocato in più unità abitative; oltre la Chiesa, ben si inserisce nei 40.000 mtq di parco con la tipica vegetazione silana tra pini e abeti e a solo 150 mt. dal Lago Ampollino.
E' sorto per iniziativa di Don Gaetano Mauro, fondatore dei Missionari Ardorini, e la graziosa generosità della N.D. Carla De Luca, che donò il terreno ove sorge attualmente la Chiesa. Da circa 60 anni, costituisce punto di riferimento per gruppi e singoli che intendono fare un cammino di ricerca e approfondimento della propria spiritualità. 
Il "Villaggio Ardorino" é anche sede della Parrocchia Sant'Antonio ed é meta continua di fedeli che non interferiscono con l'attività del "Villaggio" e ai quali si dedica particolare attenzione attuando una pastorale prevalentemente "turistica".
Il "Villaggio Ardorino" é anche sede della Parrocchia Sant'Antonio ed é meta continua di fedeli che non interferiscono con l'attività del "Villaggio" e ai quali si dedica particolare attenzione attuando una pastorale prevalentemente "turistica".


Il luogo che ti accoglie si chiama villaggio ardorino. Esso non è propriamente un luogo di villeggiatura, è un'oasi che si apre davanti a te per la pace del tuo spirito. Qui, nell'incanto della natura, nel raccoglimento dello spirito tutto vuole concorrere a propiziare:  l'incontro con Dio,  la riconciliazione con te stesso, l'apertura ai fratelli...

VERO RITRATTO DI SAN FRANCESCO DI PAOLA

vero ritratto di San Francesco di Paola

Vero ritratto di San Francesco di Paola venerato nella chiesa della SS. Annunziata, detta di San Francesco in Montalto Uffugo (Cosenza). Il ritratto è dipinto su due tavolozze di noce dello spessore di oltre 3 cm 186x77. Il Santo è in piedi e sembra sostenuto dal suo lungo bastone; ha l'abito color marrone, molto sdrucito. I Missionari Ardorini, fondati dal Servo di Dio Don Gaetano Mauro, sono i custodi del preziosissimo quadro.
Secondo le notizie in nostro possesso il dipinto è stato fatto a Napoli alla Corte del Re quando Francesco passò di lì prima di recarsi in Francia. Il dipinto fu portato a Montalto Uffugo quando il Vicerè fece costruire Chiesa e Convento. Comunque il dipinto va datato prima della Canonizzazione del Santo in quanto non è presente l'aureola, ma solo delle stelline, testimonianza della Fama di Santità.

sabato 22 febbraio 2020

Sibari, antica città della "Magna Grecia" - Calabria, culla di Storia e Civiltà

La svastica a Sibari, antica metropoli della "Magna Grecia". 
Cicogne negli scavi di Sibari - Ph. © Stefano Contin
Cicogne negli scavi di Sibari. Nell’antica Grecia questo uccello era sacro alla dea Hera (Giunone) – Ph. © Stefano Contin
«Non credo che esista al mondo nulla di più bello della campagna dove fu Sibari, c’è tutto: il verde ridente dei dintorni di Napoli, la grandiosità dei più maestosi paesaggi alpestri, il sole ed il mare della Grecia»
François Lenormant, 1881


Costa di Sibari - Ph. © Stefano Contin
Costa di Sibari – Ph. © Stefano Contin

«…Immaginatevi un immenso anfiteatro di montagne, profondo più di quaranta chilometri e aperto sul mare per una lunghezza di trenta. A nord il Monte Pollino, scosceso e spoglio, si alza, quasi senza contrafforti, per dirupi selvaggi e desolati fino al picco di vetta, alto 2200 metri, dove la neve non si scioglie fino a metà giugno e dove spesso, già ad ottobre, ricomincia a cadere…»
François Lenormant, 1881

La costa di Sibari e, sullo sfondo, il massiccio del Pollino – Ph. © Stefano Contin
La costa di Sibari e, sullo sfondo, il massiccio del Pollino – Ph. © Stefano Contin
«C’era una grande città, moltissimo celebrata, maestosa, opulenta, bella, denominata Sibari dal fiume Sybaris»
Scimno di Chio, II sec. a.C.

Cicogne negli scavi di Sibari – Ph. © Stefano Contin
Cicogne negli scavi di Sibari – Ph. © Stefano Contin

«Avendo nei tempi passati i Greci fondato Sibari in Italia, avvenne che per la singolare fertilità del suolo in breve la città prosperò e divenne ricca, poiché essendo stata collocata fra due fiumi, il Crati e il Sybaris, da cui ebbe il nome, e coltivando i suoi abitanti una campagna vasta e ricca di piante d’ogni genere, presto poterono accumulare molta ricchezza, e concessa a molti la cittadinanza, salirono d’importanza a tal grado da superare di molto tutte le altre città d’Italia. E infatti vi crebbe così tanto la popolazione, da contenere essa sola trecentomila uomini…»
Diodoro Siculo, I sec. a.C.

Scorcio degli scavi di Sibari – Ph. © Stefano Contin
Scorcio degli scavi di Sibari – Ph. © Stefano Contin

«Dicono che nella Sibaritide la natura della terra fosse tale per cui produceva il centuplo della semenza»
Marco Terenzio Varrone, I sec. a.C.

Risaie nella Piana di Sibari – Ph. © Stefano Contin
Risaie nella Piana di Sibari – Ph. © Stefano Contin

«Sibari trae vantaggio da tutto. Concede esenzioni d’imposte, punti franchi, agevolazioni doganali. Si converte in una fiera permanente fra l’oriente e l’occidente mediterraneo. Esporta vino, pelli, olio, cera, legna, miele, pece del suo territorio. Ottime strade percorrono in ogni senso il paese. Condutture trasportano dalla campagna in città e fino al punto d’imbarco, l’olio e il vino. Provetti artigiani, protetti da leggi speciali, alimentano una fiorente industria. In un secolo di vita eroica il “molle sibarita” ha saputo creare qualcosa di superiore ad ogni altra della sua epoca. Quattro nazioni e venticinque città indigene riconoscono la sua autorità. Ospita tecentomila abitanti liberi, oltre gli schiavi, mentre la cinta delle sue mura si estende per nove chilometri. Nelle vie e nelle piazze della città, divenuta la maggiore dell’occidente, volteggiano 5000 cavalieri in corazza geminata e manto di porpora…La stessa Atene, al massimo del suo splendore, non riuscirà che ad allinearne un quarto di questa cifra»
Kazimiera Szimanska Alberti, 1949

Mosaici con svastiche, simboli solari – Ph. © Stefano Contin
Mosaici con svastiche, simboli solari – Ph. © Stefano Contin
«Nei prati di Sibari crescevano le fragole tra i fiori e l’erbe odorose. Quivi le api non cessavano in tutto l’anno di lavorare un miele dolcissimo. E quasi quel suolo secondar volesse in tutte le stagioni la golosità de’ suoi abitanti, alimentava una vite detta Tarrupia, che portava grappoli anche nel cuor dell’inverno. Oltrechè Sibari, in mezzo a due fiumi pescosi, e vicino ad un mare popolato d’ogni generazione di pesci, poteva avere senza disagio quanto le acque danno di più delizioso al palato»
Romualdo Cannonero, 1876

Scorcio della Piana di Sibari. Alle spalle il massiccio del Pollino – Ph. © Stefano Contin
Scorcio della Piana di Sibari. Alle spalle il massiccio del Pollino – Ph. © Stefano Contin

«Se non fossero andati perduti i libri di Timeo, di Filarco edi altri antichi, di cui Ateneo ci serbò qualche passo intorno ai costumi dei Sibariti, noi avremmo a stupire del sontuoso banchettare di questo popolo, e dei raffinamenti ch’egli recò all’arte di cucinare e insapor le vivande. [Ateneo] riferisce che a Sibari gli apparecchiatori delle mense, i quali trovavano nuove fogge di splendidezza all’apparato dei conviti, e i cuochi che sapevano condire i cibi di squisitezze nuove, erano premiati di corone d’oro, celebrati nelle sacre feste e nei pubblici giochi con quegli onori, che presso gli altri popoli solevansi tributare agli eroi ed ai salvatori della patria. Era legge che se un cuoco di sua privata industria avesse inventato una nuova, appetitosa vivanda, nessuno, salvo che l’inventore, ne potesse far uso prima dell’anno seguente, perché egli solo traesse guadagno dalla sua invenzione: volendo con tal privilegio incoraggiare gli altri cuochi al perfezionamento dell’arte (…)»
Romualdo Cannonero, 1876

Armenti al pascolo, Piana di Sibari – Ph. © Stefano Contin
Armenti al pascolo, Piana di Sibari – Ph. © Stefano Contin

Mentre a Sibari i cuochi popolavano le case dei ricchi, ed erano considerati fra i cittadini più benemeriti e degni d’onore, i Romani non avevano ancora fornai e le donne loro facevano il pane in famiglia (…). A Sibari le ricche famiglie salariavano i cuochi a legioni. Smindiride allorché si presentò alla corte di Clistene, era seguito da mille fra cuochi, cacciatori e pescatori (…). I cuochi di Sibari erano ingegnosi a manipolare quelle salse che sono più atte a stuzzicare i palati sazi di ogni buon cibo. Il garo è una loro invenzione. Gli antichi lo riducevano a guazzetto, stemperandolo con l’aceto, o col vino, o con l’olio. Esso mantenevasi in altissimo credito ancora al tempo della maggiore ghiottoneria romana, ed era una delle più gustate salse alla mensa dell’imperatore Eliogabalo (…) . Seneca chiama sanie questa sibaritica salsa, e Marziale la chiama fece.»
Romualdo Cannonero, 1876

Coppia di asini e una cicogna nella Piana di Sibari – Ph. © Stefano Contin
  1. Coppia di asini e una cicogna nella Piana di Sibari – Ph. © Stefano Contin

«Favoriti dal benigno cielo di Sibari gli oliveti e le vigne recavano frutti in sì meravigliosa abbondanza, che divennero le due principali sorgenti della ricchezza de’Sibariti (…). I Sibariti che traevano dai loro oliveti una immensa quantità di olii pregiatissimi, possedevano dunque un tesoro che rinnovavasi tutti gli anni (…). Un’altra inesauribile fonte di lucro pei Sibariti era il commercio del vino, come appare dalla foglia di vite ch’essi ponevano nelle loro monete. E non meno che gli olii erano celebrati i vini di Sibari (…). Per agevolarne lo spaccio i Sibariti avevano scavato delle cantine presso il lido del mare, alle quali per vie sotterranee trasportavanli dalle campagne, e li mandavano in paesi meno che Sibari favoriti dal cielo…»
Romualdo Cannonero, 1876

Un tratto della costa di Sibari – Ph. © Stefano Contin
Un tratto della costa di Sibari – Ph. © Stefano Contin

«L’esuberanza dei doni della terra li aveva spinti al commercio che essi estesero con la navigazione dall’estremo oriente all’estremo occidente del Mediterraneo, potendo la poca distanza che li separava dal lido essere facilmente superata per l’acqua del Crati…»
Romualdo Cannonero, 1876

Una valle della Sibaritide, quella del torrente Raganello - Ph. © Stefano Contin
La valle del torrente Raganello, nella Sibaritide – Ph. © Stefano Contin

«Fecondissime erano non meno le valli poste fra i monti sovrapposti al mare…»
Nicola Leoni, 1862

Il corso del fiume Crati nei pressi della foce – Ph. © Stefano Contin
Il corso del fiume Crati nei pressi della foce – Ph. © Stefano Contin

«Gli antichi attribuirono prodigiose virtù ai due fiumi Sibarys e Crati, e i canti dei poeti ne ornarono fantasticamente le rive. Sulle sponde del Sybaris, Cigno trasformato da Marte in uccello del medesimo nome si era sposato ad una gru…»
Romualdo Cannonero, 1876

Capretta al pascolo lungo la costa della Sibaritide – Ph. © Stefano Contin
Capra al pascolo lungo la costa della Sibaritide – Ph. © Stefano Contin

«Le greggi che bevevano al Crati divenivano bianche; nere quelle che bevevano al Sybaris. Il primo faceva la pelle candida e morbida, e i capelli aurei e distesi a chi si lavava nelle sue acque; al contrario il secondo la pelle ruvida e bruna e i capelli neri e ricciuti…»
Romualdo Cannonero, 1876

Tratto del fiume Crati presso la foce – Ph. © Stefano Contin
Tratto del fiume Crati presso la foce – Ph. © Stefano Contin

«Il Crati rendeva feconde le pecore, e il Sibarys gli uomini generativi…»
Romualdo Cannonero, 1876

La foce del fiume Crati – Ph. © Stefano Contin
La foce del fiume Crati – Ph. © Stefano Contin

«Presso la foce dell’uno era venuta a rifugiarsi Anna sorella di Didone; sulla riva dell’altro conservavansi in un piccolo tempio l’arco e le frecce ch’Ercole aveva consegnato a Filottete…»
Romualdo Cannonero, 1876

Cavallo sulle rive del Mar Jonio, nella Sibaritide – Ph. © Stefano Contin
Cavallo sulle rive del Mar Jonio, nella Sibaritide – Ph. © Stefano Contin

«[A Sibari] il pranzo era rallegrato da suoni, da canti e da balli; se non che in luogo di leggiadre danzatrici, introducevansi ne’ banchetti cavalli ammaestrati a ballare al suon delle tibie. A certe sinfonie quei docili e intelligenti quadrupedi rizzavansi sulle zampe di dietro, e colle zampe dinanzi gesticolando a guisa dei pantomimi, e muovendo le groppe a cadenza di musica, ballavano a sollazzo de’ convitati…»
Romualdo Cannonero, 1876

La spiaggia di Sibari – Ph. © Stefano Contin
La spiaggia di Sibari – Ph. © Stefano Contin

«Si vuole che nella spiaggia del mare, posta fra i due fiumi Crati e Sybaris, molte navi greche che tornavano da Troia furono bruciate, mentre i Greci per ristorarsi un poco dal lungo viaggio eran discesi nel lido. Essi portavano prigioniere alcune donne troiane, le quali afflitte dalla triste sorte della loro patria e dalla loro presente sventura, e stanche del lungo cammino, deliberarono d’ivi morire meglio che rimettersi in mare, tanto più che arrivando in Grecia, non speravano miglior ventura che quella di essere schiave. Affinché meglio potessero dare effetto alla loro decisione, per consiglio di una di esse chiamata Setea, appena furono sbarcati tutti gli uomini, appiccaron fuoco alle navi e tutte le ridussero in cenere.»
Domenico Marincola Pistoja, 1845

La foce del fiume Crati al Crepuscolo – Ph. © Stefano Contin
La foce del fiume Crati al Crepuscolo – Ph. © Stefano Contin

«…Sul lido del mare fra l’uno e l’altro fiume era stata inchiodata in croce la troiana Setea, la quale per liberare sé e le compagne dalla cattività dei nemici, aveva bruciato le navi che le conducevano in Grecia. La Storia non si diletta di favole; tuttavia qui esse giovano a mostrare che la città di Sibari doveva essere venuta in grande rinomanza nel mondo, se tanto furono celebrati i due fiumi fra i  quali era posta.»
Romualdo Cannonero, 1876

Il mare di Sibari – Ph. © Stefano Contin
Il mare di Sibari – Ph. © Stefano Contin

«Dai Sibariti si dice esser stata pure inventata l’arte di tesser le penne degli uccelli variamente colorate, delle quali essi formavano dei tessuti molto pregevoli. E Aristotele ci racconta che regnando Dionisio il vecchio, un Sibarita di nome Alcistene fece una veste di piume di color di porpora tessute meravigliosamente, la quale era pure nobilmente fregiata di pietre preziose. Questa, portata a vendere nella fiera che si faceva ogni anno a Crotone nel tempio di Giunone Lacinia, in cui approdava gente da tutte le parti d’Italia e da altri regni ancora, destò moltissima meraviglia in chiunque la vedeva; e, comperata da alcuni mercanti cartaginesi per centoventi talenti, fu da quelli portata nella lor patria per onorarne la statua di Giunone. Ma non questi solo erano i pregi di questa meravigliosa veste; perché, al dire dello stesso scrittore, la sua larghezza era di quindici cubiti [6.60 metri], il colore di porpora (…) ed aveva il fondo tutto sparso di molte e varie generazioni di piccoli animali. Nella parte superiore si vedeva effigiata la città di Susa, e nel lembo la Persia; nel mezzo poi vi splendevano le immagini di Giove, Giunone, Temi, Pallade, Apollo e Venere; e da un lato era il ritratto dello stesso artefice Alcistene, e la città di Sibari sua patria dall’altro…»
Domenico Marincola Pistoja, 1845

Gruccione, Piana di Sibari – Ph. © Stefano Contin
Gruccione, Piana di Sibari – Ph. © Stefano Contin

«All’avvedutezza dei suoi primi fondatori dovette Sibari l’esser piantata vicino al mare in una larga e fertile pianura, irrigata dal Crati navigabile e dal Sybaris…»
Nicola Leoni, 1862

Il mare di Sibari – Ph. © Stefano Contin
Il mare di Sibari – Ph. © Stefano Contin
«…Ma mentre gli abitanti potevano trarre da una sì felice posizione tutti i vantaggi dell’agricoltura e del commercio interno, il loro spirito animoso par che volgesse di buon’ora tutta la sua capacità al traffico di mare. Molti prodotti di un suolo fecondo, fatto esuberante dalla coltivazione, porgevano agli industriosi coloni copiosa materia di permuta, cui dava valore un’ampia e rapida circolazione, mediante la loro consumata perizia nella nautica.»
Nicola Leoni, 1862

Primavera negli scavi di Sibari – Ph. © Stefano Contin
Primavera negli scavi di Sibari – Ph. © Stefano Contin
«…Questo lucroso commercio si estendeva non solo al continente della Grecia e alle isole dell’Egeo, ma si allargò benanche alla riviera della Ionia (…). Mediante anche la conquista, che prima aveva fatto della importante città di Pesto, si estesero anche nel Tirreno il commercio ed il potere di Sibari, la quale con pari felicità dedusse da quel versante le due colonie di Laos e di Scidro.»
Nicola Leoni, 1862

Il mare di Sibari durante un acquazzone – Ph. © Stefano Contin
Il mare di Sibari durante un temporale – Ph. © Stefano Contin

«[Dopo la distruzione di Sibari ad opera dei Crotoniati] , gli Ateniesi, essendo arconte Callimaco, ricevuti ed uditi i legati Sibariti, e accolta l’ambasciata seguendo i consigli di Pericle, convennero di aiutarli. Sicché, pubblicato in tutto il Peloponneso che essi, proteggendo quella colonia, avrebbero favorito tutti coloro che vi si fossero voluti trasferire, equipaggiata una flotta di dieci vascelli, molti Ateniesi e numerosa gente raccolta dagli altri stati della Grecia si imbarcarono per venire in Italia, sotto il comando dei due capitani Lampone e Xenocrito e guidati dall’Ateniese Ierone. Però prima di partire, consultato l’oracolo di Apollo, fu risposto loro che qualora avessero voluto prosperare, dovevano riedificare la città non nell’antico sito, ma in quel luogo ove trovando mediocre quantità di acqua avrebbero avuto grande abbondanza di pane…»
Domenico Marincola Pistoja, 1845»

Negli scavi di Sibari – Ph. © Stefano Contin
Negli scavi di Sibari – Ph. © Stefano Contin

«…Dopo un prospero navigare, la spedizione giunse felicemente alla spiaggia del mare sibaritico…»
Domenico Marincola Pistoja, 1845»

Il mare di Sibari al tramonto – Ph. © Stefano Contin
Il mare di Sibari al tramonto – Ph. © Stefano Contin

«…La prima cosa però che fecero fu di trovare il luogo designato loro dall’Oracolo per la riedificazione della nuova città…»
Domenico Marincola Pistoja, 1845

Il mare di Sibari e il massiccio del Pollino al tramonto  – Ph. © Stefano Contin
Il mare di Sibari e il massiccio del Pollino al tramonto – Ph. © Stefano Contin

«…Fu rinvenuta da costoro non lontano da Sibari una fontana, appellata Turio, che versava le acque da un canale di bronzo dai vicini abitanti chiamato Medimno; e giudicando esser quello il luogo dall’Oracolo indicato ad essi per veder fertilissime quelle terre; riunitisi ai pochi Sibariti rimasti, e tenute a bada le ostilità dei Crotoniati contro di loro, fabbricarono in quel luogo la città novella…»
Domenico Marincola Pistoja, 1845

Il mare di Sibari al tramonto – Ph. © Stefano Contin
Il mare di Sibari e il massiccio del Pollino al tramonto – Ph. © Stefano Contin

«Nel buio ripassai dalla stazione che porta il nome di Sibari; e via via lungo il mare, da cui spesso mi raggiungeva il suono delle onde…»
George Gissing, 1901

Le risaie di Sibari al tramonto – Ph. © Stefano Contin
Le risaie di Sibari al tramonto – Ph. © Stefano Contin

«Che la Bellezza, odimi bene, Fedro, la Bellezza soltanto è divina e visibile a un tempo, ed è per questo che essa è la via al sensibile, è, piccolo Fedro, la via che mena l’artista allo spirito.»
Thomas Mann, 1912

Toro cozzante, bronzo, V sec. a.C.
Toro cozzante, bronzo, V-IV sec. a.C., Museo Archeologico Nazionale, Sibari

                                                                                                               (dal sitoweb: https://www.famedisud.it/ )

martedì 6 novembre 2018

la cabala giudaico-massonica rothschildiana condanna Vincenzo Iaquinta, campione del mondo nel 2006, perché "ndranghitaru" Calabrese

Nel 2006 in Germania l'Italia diviene Campione del mondo grazie al contributo di tre calciatori calabresi: Vincenzo Iaquinta di Cutro, Rino Gattuso di Corigliano Calabro e Simone Perrotta di Cerisano. Prima tutti "briganti"! Poi tutti "terroni"! Adesso tutti "ndranghetari!" Questi massoni ed i loro signori, padrini e padroni ebrei, sionisti e rothschildiani, mondiali, sono ormai da quasi 160 anni che rompono le scatole ai Calabresi. La condanna di Vincenzo Iaquinta è un attacco spietato alla Calabria onesta. La Cabala non sa più che inventarsi per emettere condanne. Il 31 ottobre 2018 Iaquinta è stato condannato a due anni di reclusione, congiuntamente ai 19 anni comminati al padre Giuseppe, dal tribunale di Reggio Emilia, nel corso del processo Aemilia contro la 'ndrangheta del Nord Italia. Infatti l'oramai ex-calciatore era stato accusato di violazione delle leggi sul possesso di armi in favore dell'associazione mafiosa, salvo poi vedere l'aggravante 'ndranghetistica cadere. La Calabria resiste, come resiste San Luca, com resiste Platì, come resistono tutti i Calabresi insieme a tutti gli Italiani di buona volontà. I traditori della Patria invece, coloro che per il loro tradimento, avrebbero dovuto essere processati e poi fucilati alla schiena come tutti gli infami, vengono premiati da questo Stato lombrosiano, ipocrita, marcio e massonico dal 1861. Infami che vengono ancora protetti dall'ignobile accordo di Cassibile, chiamato armistizio, e dal miserabile trattato di pace del 1947. Oggi i figli di quei traditori, che nel 1943 condannarono l'Italia a diventare una colonia angloamericana-giudaica occupano tutte le istituzioni di questo Stato massonico, spacciato per italiano. Li troviamo infatti come governatori, come deputati, senatori e persino come presidenti della Repubblica. Fate una ricerca e conoscerete i veri infami. Questo razzismo lombrosiano di questo ipocrita e marcio regime massonico , ebraico, rothschildiano che processa e condanna Vincenzo Iaquinta perché calabrese e "quindi" ndranghitaro, ma non processa e non condanna John Elkann perché ebreo e quindi massone, sionista e rothschildiano, anche se con la sua gestione ha fatto sparire dall'Italia 250.000 posti di lavoro della Fiat. Vincenzo Iaquinta, invece, viene condannato da questo Stato massonico, solo o soprattutto, perché è Calabrese. Continua il sistematico attacco del regime tirannico, coloniale, massonico ebraico, sionista, rothschildiano, locale e mondiale contro il Popolo Calabrese e la Calabria: nocciolo durissimo della Identità italiana, del Popolo Italiano, della Nazione Italiana e del Paese Italia!... (s. brosal con la preziosa collaborazione di dumal)
Video: la condanna di Vincenzo Iaquinta è un attacco alla Calabria e all'Italia onesta