Corona-Virus: stanno terrorizzando con le loro menzogne l’Italia,
l’Europa, il mondo intero. Povera patria schiacciata dagli abusi del
potere di gente infame che non sa cos’è il pudore. Tra i governanti
quanti perfetti e inutili buffoni. Questo paese è devastato dal dolore.
Tutti si inchinano agli ordini che ricevono dai loro padroni.
Giornalisti prezzolati, servi del Nuovo Ordine Mondiale, diffondono
falsità che stanno terrorizzando tutti. Non si muore di Corona-Virus ma
di paura e di terrore.
Viviamo in un finto Stato, nemico del Popolo Italiano in cui regna
sovrana la dittatura. Governanti da arrestare e processare per alto
tradimento, incapacità, vigliaccheria e servilismo allo straniero. Dal blog di Maurizio Blondet leggiamo: Quanti dei morti hanno ricevuto l’anti-influenzale? La fila di autocarri militari che attraversano il centro di Bergamo, a
passo d’uomo, fari accesi – “E’ l’esercito che porta via le salme per
cremarle in altri crematori”, annuncia un giornalista, con la voce
rotta; asseriscono i giornali e le tv; e nessuno si chiede: quanti sono?
Un autocarro per ogni bergamasco morto di coronavirus? in ciascuno ce
ne sono tanti? non bastava un camion per tutti? E Bergamo non ha forse
un cimitero per seppellirli?
Bergamo 18 marzo 2020
Si tratta di una lugubre finzione cinematografica di propaganda nera,
ovviamente fatta apposta per spargere il terrore. Basterebbe riflettere
che mai, nelle stragi che hanno punteggiato la nostra storia, s’è mai
adottata una simile scenografia militar- apocalittica: né per i morti
del Vajont né per Ustica, e nemmeno per le stragi politiche di Bologna e
di Piazza della Loggia a Brescia, che si sarebbero prestate meglio
all’esibizione stentorea delle bare. L’indecente falsificazione
giornalistica pro-terrore è giunta a questo: che ha presentato come di
Bergamo la fila di bare del naufragio di Lampedusa dove morirono 360
migranti, nel 2013. La tv ha creato un tunnel nero in cui ha attratto i vecchi chiusi in
casa, con la paura di morire di vecchi senza speranza soprannaturale,
che è vero terrore, angoscia e disperazione. A Bergamo dal novembre 2019
c’era stata la vaccinazione anti-influenzale di massa, dedicata
specialmente agli assistiti oltre i 65 anni, ma applicata largamente
anche a bambini e adulti appartenenti a “categoria a rischio”.
Sappiate che il Vaccino anti-influenza aumenta del 36% il rischio di coronavirus.
La strategia del terrore continua. Meno male che esiste in questo
contesto paranoico qualcuno che le domande ancora se le fa. A cosa
serviva a Bergamo la “parata dei mezzi militari che trasportano salme”?
Quanti sono i morti a Bergamo? Che età avevano? Perché sono morti?
carri armati a Palermo 14 marzo 2020
Una dichiarazione di Vittorio Sgarbi: è stato Rocco Casalino a far
chiudere le scuole. Casalino ha dato una comunicazione che supponeva le
scuole chiuse, in contraddizione con l’Istituto Superiore di Sanità. Se
questo è vero siamo di fronte all’errore clamoroso che Conte non ha
potuto contraddire Rocco Casalino. (…) Siamo in mano a gente senza
cervello, siamo in mano a disperati. I bambini devono tornare a scuola e
Conte deve avere il coraggio di dire che è Rocco Casalino quello che
non è andato abbastanza a scuola. E’ bene che i ragazzi ci vadano e
studino… Siamo nelle mani di dilettanti che impediscono ai nostri figli di andare a scuola, proprio perché loro non ci sono andati. Coronavirus, Luigi Bisignani: “Giuseppe Conte e Rocco Casalino, la comunicazione sotto la regia del Grande Fratello” Se ami la tua Patria ti chiamano fascista. Se pensi con la tua testa e
ti poni delle domande ti chiamano complottista. Adesso se sei sveglio
devi capire che anche questa pandemia che non c’è fa parte del loro
programma. Tutti a casa. Ubbidite agli ordini dei vari Grillo, Conte,
Casalino e tanti altri squallidi politicanti che vogliono affondare te,
la tua famiglia, la tua Patria… E poi censurano lo scienziato prof Stefano Montanari perché racconta la verità: non c’è nessuna epidemia. Ci stanno dando ad intendere delle bufale che non stanno né in cielo e né in terra. (Hervé Schirrhein, Sa. Br.)
i due scienziati Stefano Montanari e la signora Antonietta Gatti
27 ottobre 1986 il papa polacco Karol Wojtyla prega insieme a fedeli di altre religioni
Lettera scritta al papa Benedetto XVI, martedì 11 gennaio 2011, da alcuni cattolici che avvertivano il pericolo dello spirito di Assisi, voluto da Karol Wojtyla, di pregare con fedeli di altre religioni.
Santo Padre Benedetto
XVI,
siamo alcuni cattolici
gratissimi dell’opera da Voi compiuta come pastore della Chiesa
universale in questi anni; riconoscenti per la vostra grande
valutazione della ragione umana, per la concessione del "Motu
proprio Summorum pontificum", per il vostro proficuo rapporto
con gli Anglicani che ritornano all’unità, e per molto altro
ancora. Abbiamo preso il coraggio
di scriverVi dopo aver sentito, proprio nei giorni del massacro dei
cristiani copti in Egitto, dell’intenzione di convocare ad Assisi,
per il mese di ottobre, un grande raduno interreligioso, venticinque
anni dopo "Assisi 1986".
Tutti noi ricordiamo
quell’evento di tanti anni fa.
Un evento anche mediatico
come pochi, che, a prescindere dalle intenzioni e dalle dichiarazioni
di chi lo convocò, ebbe un contraccolpo innegabile, rilanciando,
proprio nel mondo cattolico, l’indifferentismo ed il relativismo
religioso.
Proprio da
quell’avvenimento prese vigore presso il popolo cristiano l’idea
che l’insegnamento secolare della Chiesa, "una, santa
cattolica e apostolica", sull’unicità del Salvatore, fosse in
qualche modo da archiviare.
Joseph Ratzinger, Benedetto XVI
Tutti noi ricordiamo
rappresentanti di tutte le religioni in un tempio cattolico, la
Chiesa di santa Maria degli Angeli, allineati con in mano un
ramoscello di ulivo: quasi a significare che la pace non passa da
Cristo ma, indistintamente, da tutti i fondatori di un credo, quale
che esso sia (Maometto, Budda, Confucio, Kalì, Cristo…)
Ricordiamo la preghiera
dei mussulmani in Assisi, cioè nella città di un Santo che aveva
fatto della conversione degli islamici uno dei suoi obiettivi.
Rammentiamo la preghiera
degli animisti, la loro invocazione degli spiriti elementari, e
quella di altri credenti o di rappresentanti di religioni atee come
il giainismo.
Quel pregare "insieme",
qualsiasi fosse il fine, volenti o nolenti ebbe l’effetto di far
credere a molti che tutti pregassero "lo stesso Dio", solo
con nomi diversi.
Invece le Sacre Scritture
parlano chiaro: "Non avrai altro Dio all’infuori di me"
(I comandamento); "Io sono la Via, la Verità e la Vita; nessuno
viene al Padre se non per mezzo di me" " (Gv, 14, 6).
Chi scrive non nega
certamente il dialogo, con ogni persona, di qualsiasi religione essa
sia.
Viviamo nel mondo, e
tutti i giorni parliamo, discutiamo, amiamo, anche chi non è
cristiano, perché ateo, incerto, o di altre religioni. Ma questo non
ci impedisce di credere che Dio stesso sia venuto sulla terra, e si
sia fatto uccidere, per insegnarci, appunto, la Via e la Verità, e
non solo una delle tante e possibili vie e verità. Cristo è per noi
cristiani il Salvatore: l’Unico Salvatore del mondo.
Ricordiamo dunque con
sgomento, tornando a quell’avvenimento di venticinque anni fa, i
polli sgozzati sull’altare di santa Chiara secondo riti tribali e
la teca con una statua di Budda posta sopra l’altare della chiesa
di san Pietro, sopra le reliquie del martire Vittorino, ammazzato,
400 anni dopo Cristo, per testimoniare la sua fede.
Ricordiamo i sacerdoti
cattolici che si sottoposero a riti iniziatici di altre religioni:
una scena raccapricciante, dal momento che, se è "sciocco"
battezzare nella fede cattolica una persona adulta che non vi crede,
altrettanto assurdo è il fatto che un sacerdote cattolico si
sottoponga a un rito cui non riconosce alcuna validità né utilità.
Così facendo si finisce infatti solo per far passare una idea: che i
riti, tutti, non siano altro che vuoti gesti umani. Che tutte le
concezioni del divino si equivalgano. Che tutte le morali, che da
ogni religione promanano, siano intercambiabili.
Ecco, quello "spirito
di Assisi", su cui poi i media e i settori della Chiesa più
relativisti ricamarono a lungo, gettò confusione. Ci sembrò
estraneo al Vangelo e alla Chiesa di Cristo, che mai, in duemila
anni, aveva scelto di fare altrettanto. Avremmo voluto riscrivere,
allora, queste ironiche osservazioni di un giornalista francese: "In
presenza di tante religioni, si crederà più facilmente o che esse
sono tutte valide o che sono tutte indifferenti; vedendo così tanti
dei, ci si chiederà se tutti non si equivalgono o se ce n’è uno
solo vero. Il parigino beffardo (scettico ed ateo, ndr) imiterà quel
collezionista scettico, il cui amico aveva appena fatto cadere un
idolo da una mensa: ‘Ah! Disgraziato, poteva essere il Dio vero’".
Trovammo conforto,
allora, alle nostre perplessità, in tantissime dichiarazioni di
pontefici che avevano sempre condannato un siffatto "dialogo".
Un Congresso di tutte le
religioni era stato già organizzato, infatti, a Chicago, nel 1893, e
a Parigi, nel 1900. Ma papa Leone XIII era intervenuto a vietare
qualsiasi partecipazione cattolica.
Lo stesso atteggiamento
tenne Pio XI, il papa che condannò l’ateismo comunista ma che
deplorò nel contempo il tentativo di unire gli uomini in nome di un
vago e indistinto senso religioso, senza Cristo.
Scriveva quel papa nella
sua "Mortalium Animos" (Epifania del 1928),
proprio a riguardo dei congressi ecumenici: "Persuasi che
rarissimamente si trovano uomini privi di qualsiasi sentimento
religioso, sembrano trarne motivo a sperare che i popoli, per quanto
dissenzienti gli uni dagli altri in materia di religione, pure siano
per convenire senza difficoltà nella professione di alcune dottrine,
come su un comune fondamento di vita spirituale. Perciò sono soliti
indire congressi, riunioni, conferenze, con largo intervento di
pubblico, ai quali sono invitati promiscuamente tutti a discutere:
infedeli di ogni gradazione, cristiani, e persino coloro che
apostatarono da Cristo o che con ostinata pertinacia negano la
divinità della sua Persona e della sua missione. Non possono certo
ottenere l’approvazione dei cattolici tali tentativi fondati sulla
falsa teoria che suppone buone e lodevoli tutte le religioni, in
quanto tutte, sebbene in maniera diversa, manifestano e significano
egualmente quel sentimento a tutti congenito per il quale ci sentiamo
portati a Dio e all’ossequente riconoscimento del suo dominio.
Orbene, i seguaci di siffatta teoria, non soltanto sono nell’inganno
e nell’errore, ma ripudiano la vera religione depravandone il
concetto e svoltano passo passo verso il naturalismo e l’ateismo…".
Col senno di poi,
possiamo dire che Pio XI aveva ragione, anche solo sul piano della
mera opportunità: quale è stato, infatti, l’effetto di "Assisi
1986", nonostante le giuste dichiarazioni di papa Giovanni Paolo
II, volte ad impedirne una simile interpretazione?
Qual è il messaggio che
hanno rilanciato talvolta gli stessi organizzatori, i media, ed anche
non pochi ecclesiastici modernisti, ansiosi di ribaltare la
Tradizione della Chiesa?
Ciò che è passato,
presso moltissimi cristiani, tramite le immagini, che sono sempre le
più evocative, e tramite i giornali e le tv, è molto chiaro: il
relativismo religioso, che è poi l’equivalente dell’ateismo.
Se tutti pregano
"insieme", hanno concluso in tanti, allora le religioni
sono tutte "uguali": ma se così è, significa che nessuna
di esse è quella vera.
A quell’epoca, Voi,
cardinale e prefetto della Congregazione della Fede, insieme al
cardinal Giacomo Biffi e a tanti altri, foste tra coloro che
espressero forti perplessità. Per questo, negli anni successivi, non
partecipaste mai alle repliche proposte ogni anno dalla Comunità di
Sant’Egidio.
Infatti, come Voi avete
scritto in "Fede, Verità e Tolleranza. Il cristianesimo e le
religioni del mondo" (Cantagalli, 2005), proprio criticando
l’ecumenismo indifferentista, al cattolico "deve risultare
nettamente che non esistono ‘le religioni’ in generale, che non
esiste una comune idea di Dio e una comune fede in Lui, che la
differenza non tocca unicamente l'ambito della immagini e delle forme
concettuali mutevoli, ma le stesse scelte ultime..".
Voi concordate
perfettamente, dunque, con Leone XIII e con Pio XI sul pericolo di
contribuire, con gesti come quelli di "Assisi 1986", al
sincretismo ed all’indifferentismo religioso.
Rischio messo in luce
anche dai padri conciliari del Vaticano II, che in Unitatis
Redintegratio, a proposito, si badi bene, dell’ecumenismo non
con le altre religioni, ma con gli altri "cristiani",
invitavano alla prudenza: "Tuttavia la comunicazione nelle cose
sacre non la si deve considerare come un mezzo da usarsi
indiscriminatamente per il ristabilimento dell’unità dei
cristiani…"Voi avete insegnato, in questi anni, non sempre
compreso neppure dai cattolici, che il dialogo avviene e può
avvenire non tra diverse teologie, ma tra diverse culture; non tra le
Fedi, ma tra gli uomini, alla luce di ciò che tutti ci
contraddistingue: la ragione umana.
Senza ricreare l’antico
Pantheon pagano; senza che l’integrità della Fede venga messa a
repentaglio dall’amore per il compromesso teologico; senza che la
Rivelazione, che non è nostra, venga rimaneggiata dagli uomini e dai
teologi intenti a conciliare l’inconciliabile; senza che Cristo,
"segno di contraddizione", debba essere messo sullo stesso
piano di Budda o di Confucio, che tra il resto non dissero mai di
essere Dio.
Per questo siamo qui a
esporVi la nostra preoccupazione.
Temiamo che qualsiasi
cosa Voi direte, tv, giornali e tanti cattolici interpreteranno alla
luce del passato e dell’indifferentismo imperante; che qualsiasi
cosa affermerete, l’evento sarà letto come la continuazione della
manipolazione della figura di Francesco, trasformato, dagli
ecumenisti odierni, in un irenista e in un sincretista senza fede.
Sta già succedendo…
Abbiamo paura che
qualsiasi cosa Voi direte, per fare chiarezza, i fedeli semplici,
come siamo anche noi, in tutto il mondo non vedranno (e non gli sarà
fatto vedere, ad esempio in tv) altro che un fatto: il vicario di
Cristo non che parla, discute, dialoga con i rappresentanti di altre
religioni, ma che prega con loro. Come se il modo e l’obiettivo
della preghiera fossero indifferenti.
E molti, sbagliando,
penseranno che anche la Chiesa ormai ha capitolato, ed ha
riconosciuto, in sintonia con la mentalità New Age, che pregare
Cristo, Allah, Budda o Manitù sia la stessa cosa. Che la poligamia
islamica e animista, le caste induiste o lo spiritismo politeista
animista… possano stare insieme alla monogamia cristiana, alla
legge dell’amore e del perdono ed al Dio Uno e Trino.
Ma come Voi avete sempre scritto,
nel libro citato: "Con l’indifferenziazione delle religioni e
con l’idea che esse siano tutte sì distinguibili, e tuttavia
propriamente uguali, non si avanza". Santo Padre, noi pensiamo
che con una nuova "Assisi 1986" nessun cristiano in terre
d’Oriente verrà salvato: né nella Cina comunista, né in Corea
del nord, né in Pakistan o in Iraq…tanti fedeli, invece, non
capiranno più perché proprio in quei paesi c’è ancora oggi chi
muore martire per non rinnegare il suo incontro non con una
religione, ma con Cristo. Come sono morti gli stessi apostoli.
Di fronte alla
persecuzione, ci sono vie politiche, diplomatiche, dialoghi personali
e di Stato: si seguano tutte, nel modo migliore possibile. Con la
Vostra amorevolezza e il Vostro desiderio di pace per tutti gli
uomini.
Ma senza che sia
possibile a chi vuole confondere le acque e rilanciare il relativismo
religioso, anticamera di ogni relativismo, una opportunità, anche
mediatica, così ghiotta come la "riedizione" di "Assisi
1986".
«Non credo che esista al mondo nulla di più bello della campagna
dove fu Sibari, c’è tutto: il verde ridente dei dintorni di Napoli, la
grandiosità dei più maestosi paesaggi alpestri, il sole ed il mare della
Grecia» François Lenormant, 1881
«…Immaginatevi un immenso anfiteatro di montagne, profondo più di
quaranta chilometri e aperto sul mare per una lunghezza di trenta. A
nord il Monte Pollino, scosceso e spoglio, si alza, quasi senza
contrafforti, per dirupi selvaggi e desolati fino al picco di vetta,
alto 2200 metri, dove la neve non si scioglie fino a metà giugno e dove
spesso, già ad ottobre, ricomincia a cadere…» François Lenormant, 1881
«Avendo nei tempi passati i Greci fondato Sibari in Italia, avvenne
che per la singolare fertilità del suolo in breve la città prosperò e
divenne ricca, poiché essendo stata collocata fra due fiumi, il Crati e
il Sybaris, da cui ebbe il nome, e coltivando i suoi abitanti una
campagna vasta e ricca di piante d’ogni genere, presto poterono
accumulare molta ricchezza, e concessa a molti la cittadinanza, salirono
d’importanza a tal grado da superare di molto tutte le altre città
d’Italia. E infatti vi crebbe così tanto la popolazione, da contenere
essa sola trecentomila uomini…» Diodoro Siculo, I sec. a.C.
«Sibari trae vantaggio da tutto. Concede esenzioni d’imposte, punti
franchi, agevolazioni doganali. Si converte in una fiera permanente fra
l’oriente e l’occidente mediterraneo. Esporta vino, pelli, olio, cera,
legna, miele, pece del suo territorio. Ottime strade percorrono in ogni
senso il paese. Condutture trasportano dalla campagna in città e fino al
punto d’imbarco, l’olio e il vino. Provetti artigiani, protetti da
leggi speciali, alimentano una fiorente industria. In un secolo di vita
eroica il “molle sibarita” ha saputo creare qualcosa di superiore ad
ogni altra della sua epoca. Quattro nazioni e venticinque città indigene
riconoscono la sua autorità. Ospita tecentomila abitanti liberi, oltre
gli schiavi, mentre la cinta delle sue mura si estende per nove
chilometri. Nelle vie e nelle piazze della città, divenuta la maggiore
dell’occidente, volteggiano 5000 cavalieri in corazza geminata e manto
di porpora…La stessa Atene, al massimo del suo splendore, non riuscirà
che ad allinearne un quarto di questa cifra» Kazimiera Szimanska Alberti, 1949
«Nei prati di Sibari crescevano le fragole tra i fiori e l’erbe
odorose. Quivi le api non cessavano in tutto l’anno di lavorare un miele
dolcissimo. E quasi quel suolo secondar volesse in tutte le stagioni la
golosità de’ suoi abitanti, alimentava una vite detta Tarrupia, che
portava grappoli anche nel cuor dell’inverno. Oltrechè Sibari, in mezzo a
due fiumi pescosi, e vicino ad un mare popolato d’ogni generazione di
pesci, poteva avere senza disagio quanto le acque danno di più delizioso
al palato» Romualdo Cannonero, 1876
«Se non fossero andati perduti i libri di Timeo, di Filarco edi
altri antichi, di cui Ateneo ci serbò qualche passo intorno ai costumi
dei Sibariti, noi avremmo a stupire del sontuoso banchettare di questo
popolo, e dei raffinamenti ch’egli recò all’arte di cucinare e insapor
le vivande. [Ateneo] riferisce che a Sibari gli apparecchiatori delle
mense, i quali trovavano nuove fogge di splendidezza all’apparato dei
conviti, e i cuochi che sapevano condire i cibi di squisitezze nuove,
erano premiati di corone d’oro, celebrati nelle sacre feste e nei
pubblici giochi con quegli onori, che presso gli altri popoli solevansi
tributare agli eroi ed ai salvatori della patria. Era legge che se un
cuoco di sua privata industria avesse inventato una nuova, appetitosa
vivanda, nessuno, salvo che l’inventore, ne potesse far uso prima
dell’anno seguente, perché egli solo traesse guadagno dalla sua
invenzione: volendo con tal privilegio incoraggiare gli altri cuochi al
perfezionamento dell’arte (…)» Romualdo Cannonero, 1876
Mentre a Sibari i cuochi popolavano le case dei ricchi, ed erano
considerati fra i cittadini più benemeriti e degni d’onore, i Romani non
avevano ancora fornai e le donne loro facevano il pane in famiglia (…).
A Sibari le ricche famiglie salariavano i cuochi a legioni. Smindiride
allorché si presentò alla corte di Clistene, era seguito da mille fra
cuochi, cacciatori e pescatori (…). I cuochi di Sibari erano ingegnosi a
manipolare quelle salse che sono più atte a stuzzicare i palati sazi di
ogni buon cibo. Il garo è una loro invenzione. Gli antichi lo
riducevano a guazzetto, stemperandolo con l’aceto, o col vino, o con
l’olio. Esso mantenevasi in altissimo credito ancora al tempo della
maggiore ghiottoneria romana, ed era una delle più gustate salse alla
mensa dell’imperatore Eliogabalo (…) . Seneca chiama sanie questa sibaritica salsa, e Marziale la chiama fece.» Romualdo Cannonero, 1876
«Favoriti dal benigno cielo di Sibari gli oliveti e le vigne
recavano frutti in sì meravigliosa abbondanza, che divennero le due
principali sorgenti della ricchezza de’Sibariti (…). I Sibariti che
traevano dai loro oliveti una immensa quantità di olii pregiatissimi,
possedevano dunque un tesoro che rinnovavasi tutti gli anni (…).
Un’altra inesauribile fonte di lucro pei Sibariti era il commercio del
vino, come appare dalla foglia di vite ch’essi ponevano nelle loro
monete. E non meno che gli olii erano celebrati i vini di Sibari (…).
Per agevolarne lo spaccio i Sibariti avevano scavato delle cantine
presso il lido del mare, alle quali per vie sotterranee trasportavanli
dalle campagne, e li mandavano in paesi meno che Sibari favoriti dal
cielo…» Romualdo Cannonero, 1876
«L’esuberanza dei doni della terra li aveva spinti al commercio che
essi estesero con la navigazione dall’estremo oriente all’estremo
occidente del Mediterraneo, potendo la poca distanza che li separava dal
lido essere facilmente superata per l’acqua del Crati…» Romualdo Cannonero, 1876
«Gli antichi attribuirono prodigiose virtù ai due fiumi Sibarys e
Crati, e i canti dei poeti ne ornarono fantasticamente le rive. Sulle
sponde del Sybaris, Cigno trasformato da Marte in uccello del medesimo
nome si era sposato ad una gru…» Romualdo Cannonero, 1876
«Le greggi che bevevano al Crati divenivano bianche; nere quelle che
bevevano al Sybaris. Il primo faceva la pelle candida e morbida, e i
capelli aurei e distesi a chi si lavava nelle sue acque; al contrario il
secondo la pelle ruvida e bruna e i capelli neri e ricciuti…» Romualdo Cannonero, 1876
«Presso la foce dell’uno era venuta a rifugiarsi Anna sorella di
Didone; sulla riva dell’altro conservavansi in un piccolo tempio l’arco e
le frecce ch’Ercole aveva consegnato a Filottete…» Romualdo Cannonero, 1876
«[A Sibari] il pranzo era rallegrato da suoni, da canti e
da balli; se non che in luogo di leggiadre danzatrici, introducevansi
ne’ banchetti cavalli ammaestrati a ballare al suon delle tibie. A certe
sinfonie quei docili e intelligenti quadrupedi rizzavansi sulle zampe
di dietro, e colle zampe dinanzi gesticolando a guisa dei pantomimi, e
muovendo le groppe a cadenza di musica, ballavano a sollazzo de’
convitati…» Romualdo Cannonero, 1876
«Si vuole che nella spiaggia del mare, posta fra i due fiumi Crati e
Sybaris, molte navi greche che tornavano da Troia furono bruciate,
mentre i Greci per ristorarsi un poco dal lungo viaggio eran discesi nel
lido. Essi portavano prigioniere alcune donne troiane, le quali
afflitte dalla triste sorte della loro patria e dalla loro presente
sventura, e stanche del lungo cammino, deliberarono d’ivi morire meglio
che rimettersi in mare, tanto più che arrivando in Grecia, non speravano
miglior ventura che quella di essere schiave. Affinché meglio potessero
dare effetto alla loro decisione, per consiglio di una di esse chiamata
Setea, appena furono sbarcati tutti gli uomini, appiccaron fuoco alle
navi e tutte le ridussero in cenere.» Domenico Marincola Pistoja, 1845
«…Sul lido del mare fra l’uno e l’altro fiume era stata inchiodata
in croce la troiana Setea, la quale per liberare sé e le compagne dalla
cattività dei nemici, aveva bruciato le navi che le conducevano in
Grecia. La Storia non si diletta di favole; tuttavia qui esse giovano a
mostrare che la città di Sibari doveva essere venuta in grande rinomanza
nel mondo, se tanto furono celebrati i due fiumi fra i quali era
posta.» Romualdo Cannonero, 1876
«Dai Sibariti si dice esser stata pure inventata l’arte di tesser le
penne degli uccelli variamente colorate, delle quali essi formavano dei
tessuti molto pregevoli. E Aristotele ci racconta che regnando Dionisio
il vecchio, un Sibarita di nome Alcistene fece una veste di piume di
color di porpora tessute meravigliosamente, la quale era pure nobilmente
fregiata di pietre preziose. Questa, portata a vendere nella fiera che
si faceva ogni anno a Crotone nel tempio di Giunone Lacinia, in cui
approdava gente da tutte le parti d’Italia e da altri regni ancora,
destò moltissima meraviglia in chiunque la vedeva; e, comperata da
alcuni mercanti cartaginesi per centoventi talenti, fu da quelli portata
nella lor patria per onorarne la statua di Giunone. Ma non questi solo
erano i pregi di questa meravigliosa veste; perché, al dire dello stesso
scrittore, la sua larghezza era di quindici cubiti [6.60 metri], il
colore di porpora (…) ed aveva il fondo tutto sparso di molte e varie
generazioni di piccoli animali. Nella parte superiore si vedeva
effigiata la città di Susa, e nel lembo la Persia; nel mezzo poi vi
splendevano le immagini di Giove, Giunone, Temi, Pallade, Apollo e
Venere; e da un lato era il ritratto dello stesso artefice Alcistene, e
la città di Sibari sua patria dall’altro…» Domenico Marincola Pistoja, 1845
«All’avvedutezza dei suoi primi fondatori dovette Sibari l’esser
piantata vicino al mare in una larga e fertile pianura, irrigata dal
Crati navigabile e dal Sybaris…» Nicola Leoni, 1862
«…Ma mentre gli abitanti potevano trarre da una sì felice posizione
tutti i vantaggi dell’agricoltura e del commercio interno, il loro
spirito animoso par che volgesse di buon’ora tutta la sua capacità al
traffico di mare. Molti prodotti di un suolo fecondo, fatto esuberante
dalla coltivazione, porgevano agli industriosi coloni copiosa materia di
permuta, cui dava valore un’ampia e rapida circolazione, mediante la
loro consumata perizia nella nautica.» Nicola Leoni, 1862
«…Questo lucroso commercio si estendeva non solo al continente della
Grecia e alle isole dell’Egeo, ma si allargò benanche alla riviera
della Ionia (…). Mediante anche la conquista, che prima aveva fatto
della importante città di Pesto, si estesero anche nel Tirreno il
commercio ed il potere di Sibari, la quale con pari felicità dedusse da
quel versante le due colonie di Laos e di Scidro.» Nicola Leoni, 1862
«[Dopo la distruzione di Sibari ad opera dei Crotoniati] ,
gli Ateniesi, essendo arconte Callimaco, ricevuti ed uditi i legati
Sibariti, e accolta l’ambasciata seguendo i consigli di Pericle,
convennero di aiutarli. Sicché, pubblicato in tutto il Peloponneso che
essi, proteggendo quella colonia, avrebbero favorito tutti coloro che vi
si fossero voluti trasferire, equipaggiata una flotta di dieci
vascelli, molti Ateniesi e numerosa gente raccolta dagli altri stati
della Grecia si imbarcarono per venire in Italia, sotto il comando dei
due capitani Lampone e Xenocrito e guidati dall’Ateniese Ierone. Però
prima di partire, consultato l’oracolo di Apollo, fu risposto loro che
qualora avessero voluto prosperare, dovevano riedificare la città non
nell’antico sito, ma in quel luogo ove trovando mediocre quantità di
acqua avrebbero avuto grande abbondanza di pane…» Domenico Marincola Pistoja, 1845»
«…La prima cosa però che fecero fu di trovare il luogo designato loro dall’Oracolo per la riedificazione della nuova città…» Domenico Marincola Pistoja, 1845
«…Fu rinvenuta da costoro non lontano da Sibari una fontana,
appellata Turio, che versava le acque da un canale di bronzo dai vicini
abitanti chiamato Medimno; e giudicando esser quello il luogo
dall’Oracolo indicato ad essi per veder fertilissime quelle terre;
riunitisi ai pochi Sibariti rimasti, e tenute a bada le ostilità dei
Crotoniati contro di loro, fabbricarono in quel luogo la città novella…» Domenico Marincola Pistoja, 1845
«Nel buio ripassai dalla stazione che porta il nome di Sibari; e via
via lungo il mare, da cui spesso mi raggiungeva il suono delle onde…» George Gissing, 1901
«Che la Bellezza, odimi bene, Fedro, la Bellezza soltanto è divina e
visibile a un tempo, ed è per questo che essa è la via al sensibile, è,
piccolo Fedro, la via che mena l’artista allo spirito.» Thomas Mann, 1912
Toro cozzante, bronzo, V-IV sec. a.C., Museo Archeologico Nazionale, Sibari
In uno "Stato" senza nessuna sovranità, nelle mani del capostrozzino e caporabbino Rothschild, il Popolo Italiano è costretto a vivere nella sofferenza con incubi senza fine.
Roberto Corsi, commerciante nella città di Montalto Uffugo, è stato il primo imprenditore italiano a rifiutarsi, come dice lui, di pagare il pizzo allo "Stato".
I telefonini che hanno distrutto una intera generazione. Una 13enne che vive a Houston, Texas, ha trascorso la maggior parte della propria estate da sola in camera in
chat con i propri amici. I nostri ragazzi non amano più giocare all'aperto, correre, muoversi. Quasi tutti ormai sono chini sul loro telefonino per comunicare al mondo intero il loro niente.
Terra rossa, terra mia
Quando sono
andato via
Ho affidato a te il mio cuore
Ti ho giurato eterno
Amore
Casa mia, terra mia
Terra rossa, sangue mio
Rosso
il sangue dei miei padri
Massacrati ed infoibati
Sangue il
pianto dei miei padri
Esiliati ed umiliati
Terra e sangue ho nel mio cuore
Terra
rossa, dolce amore,
lacrime della mia gente
Terra rossa che
non sente
Il dolore mai lontano
Del popolo Istriano
Vojo
tornar, voglio tornare
Vojo tornar, voglio tornare
A casa
mia!
Istria, Fiume e Dalmazia
Né Slovenia, né Croazia
Terra rossa, terra Istriana
Terra mia, terra Italiana!
Istria, Fiume e Dalmazia
Né Slovenia, né Croazia
Terra
Dalmata e Giuliana
Terra mia, terra Italiana!
Questa terra mi
appartiene
Terra nostra per la storia
Nel mio sangue la
memoria
Terra e sangue sempre uniti
Non possono esser divisi
Terra mia santificata con il sangue
Terra sacra
Questa è
la mia religione
Unità della Nazione
Religione insanguinata
Religione della Patria
Terra pazzamente amata
Terra mai
dimenticata
Ogni vero Italiano è anche Dalmata e Giuliano
Vojo
tornar, voglio tornare
Vojo tornar, voglio tornare
A casa
mia!
Istria, Fiume e Dalmazia
Né Slovenia, né Croazia
Terra rossa, terra Istriana
Terra mia, terra Italiana!
Istria, Fiume e Dalmazia
Né Slovenia, né Croazia
Terra
Dalmata e Giuliana
Terra mia, terra Italiana!