sabato 22 febbraio 2020

Sibari, antica città della "Magna Grecia" - Calabria, culla di Storia e Civiltà

La svastica a Sibari, antica metropoli della "Magna Grecia". 
Cicogne negli scavi di Sibari - Ph. © Stefano Contin
Cicogne negli scavi di Sibari. Nell’antica Grecia questo uccello era sacro alla dea Hera (Giunone) – Ph. © Stefano Contin
«Non credo che esista al mondo nulla di più bello della campagna dove fu Sibari, c’è tutto: il verde ridente dei dintorni di Napoli, la grandiosità dei più maestosi paesaggi alpestri, il sole ed il mare della Grecia»
François Lenormant, 1881


Costa di Sibari - Ph. © Stefano Contin
Costa di Sibari – Ph. © Stefano Contin

«…Immaginatevi un immenso anfiteatro di montagne, profondo più di quaranta chilometri e aperto sul mare per una lunghezza di trenta. A nord il Monte Pollino, scosceso e spoglio, si alza, quasi senza contrafforti, per dirupi selvaggi e desolati fino al picco di vetta, alto 2200 metri, dove la neve non si scioglie fino a metà giugno e dove spesso, già ad ottobre, ricomincia a cadere…»
François Lenormant, 1881

La costa di Sibari e, sullo sfondo, il massiccio del Pollino – Ph. © Stefano Contin
La costa di Sibari e, sullo sfondo, il massiccio del Pollino – Ph. © Stefano Contin
«C’era una grande città, moltissimo celebrata, maestosa, opulenta, bella, denominata Sibari dal fiume Sybaris»
Scimno di Chio, II sec. a.C.

Cicogne negli scavi di Sibari – Ph. © Stefano Contin
Cicogne negli scavi di Sibari – Ph. © Stefano Contin

«Avendo nei tempi passati i Greci fondato Sibari in Italia, avvenne che per la singolare fertilità del suolo in breve la città prosperò e divenne ricca, poiché essendo stata collocata fra due fiumi, il Crati e il Sybaris, da cui ebbe il nome, e coltivando i suoi abitanti una campagna vasta e ricca di piante d’ogni genere, presto poterono accumulare molta ricchezza, e concessa a molti la cittadinanza, salirono d’importanza a tal grado da superare di molto tutte le altre città d’Italia. E infatti vi crebbe così tanto la popolazione, da contenere essa sola trecentomila uomini…»
Diodoro Siculo, I sec. a.C.

Scorcio degli scavi di Sibari – Ph. © Stefano Contin
Scorcio degli scavi di Sibari – Ph. © Stefano Contin

«Dicono che nella Sibaritide la natura della terra fosse tale per cui produceva il centuplo della semenza»
Marco Terenzio Varrone, I sec. a.C.

Risaie nella Piana di Sibari – Ph. © Stefano Contin
Risaie nella Piana di Sibari – Ph. © Stefano Contin

«Sibari trae vantaggio da tutto. Concede esenzioni d’imposte, punti franchi, agevolazioni doganali. Si converte in una fiera permanente fra l’oriente e l’occidente mediterraneo. Esporta vino, pelli, olio, cera, legna, miele, pece del suo territorio. Ottime strade percorrono in ogni senso il paese. Condutture trasportano dalla campagna in città e fino al punto d’imbarco, l’olio e il vino. Provetti artigiani, protetti da leggi speciali, alimentano una fiorente industria. In un secolo di vita eroica il “molle sibarita” ha saputo creare qualcosa di superiore ad ogni altra della sua epoca. Quattro nazioni e venticinque città indigene riconoscono la sua autorità. Ospita tecentomila abitanti liberi, oltre gli schiavi, mentre la cinta delle sue mura si estende per nove chilometri. Nelle vie e nelle piazze della città, divenuta la maggiore dell’occidente, volteggiano 5000 cavalieri in corazza geminata e manto di porpora…La stessa Atene, al massimo del suo splendore, non riuscirà che ad allinearne un quarto di questa cifra»
Kazimiera Szimanska Alberti, 1949

Mosaici con svastiche, simboli solari – Ph. © Stefano Contin
Mosaici con svastiche, simboli solari – Ph. © Stefano Contin
«Nei prati di Sibari crescevano le fragole tra i fiori e l’erbe odorose. Quivi le api non cessavano in tutto l’anno di lavorare un miele dolcissimo. E quasi quel suolo secondar volesse in tutte le stagioni la golosità de’ suoi abitanti, alimentava una vite detta Tarrupia, che portava grappoli anche nel cuor dell’inverno. Oltrechè Sibari, in mezzo a due fiumi pescosi, e vicino ad un mare popolato d’ogni generazione di pesci, poteva avere senza disagio quanto le acque danno di più delizioso al palato»
Romualdo Cannonero, 1876

Scorcio della Piana di Sibari. Alle spalle il massiccio del Pollino – Ph. © Stefano Contin
Scorcio della Piana di Sibari. Alle spalle il massiccio del Pollino – Ph. © Stefano Contin

«Se non fossero andati perduti i libri di Timeo, di Filarco edi altri antichi, di cui Ateneo ci serbò qualche passo intorno ai costumi dei Sibariti, noi avremmo a stupire del sontuoso banchettare di questo popolo, e dei raffinamenti ch’egli recò all’arte di cucinare e insapor le vivande. [Ateneo] riferisce che a Sibari gli apparecchiatori delle mense, i quali trovavano nuove fogge di splendidezza all’apparato dei conviti, e i cuochi che sapevano condire i cibi di squisitezze nuove, erano premiati di corone d’oro, celebrati nelle sacre feste e nei pubblici giochi con quegli onori, che presso gli altri popoli solevansi tributare agli eroi ed ai salvatori della patria. Era legge che se un cuoco di sua privata industria avesse inventato una nuova, appetitosa vivanda, nessuno, salvo che l’inventore, ne potesse far uso prima dell’anno seguente, perché egli solo traesse guadagno dalla sua invenzione: volendo con tal privilegio incoraggiare gli altri cuochi al perfezionamento dell’arte (…)»
Romualdo Cannonero, 1876

Armenti al pascolo, Piana di Sibari – Ph. © Stefano Contin
Armenti al pascolo, Piana di Sibari – Ph. © Stefano Contin

Mentre a Sibari i cuochi popolavano le case dei ricchi, ed erano considerati fra i cittadini più benemeriti e degni d’onore, i Romani non avevano ancora fornai e le donne loro facevano il pane in famiglia (…). A Sibari le ricche famiglie salariavano i cuochi a legioni. Smindiride allorché si presentò alla corte di Clistene, era seguito da mille fra cuochi, cacciatori e pescatori (…). I cuochi di Sibari erano ingegnosi a manipolare quelle salse che sono più atte a stuzzicare i palati sazi di ogni buon cibo. Il garo è una loro invenzione. Gli antichi lo riducevano a guazzetto, stemperandolo con l’aceto, o col vino, o con l’olio. Esso mantenevasi in altissimo credito ancora al tempo della maggiore ghiottoneria romana, ed era una delle più gustate salse alla mensa dell’imperatore Eliogabalo (…) . Seneca chiama sanie questa sibaritica salsa, e Marziale la chiama fece.»
Romualdo Cannonero, 1876

Coppia di asini e una cicogna nella Piana di Sibari – Ph. © Stefano Contin
  1. Coppia di asini e una cicogna nella Piana di Sibari – Ph. © Stefano Contin

«Favoriti dal benigno cielo di Sibari gli oliveti e le vigne recavano frutti in sì meravigliosa abbondanza, che divennero le due principali sorgenti della ricchezza de’Sibariti (…). I Sibariti che traevano dai loro oliveti una immensa quantità di olii pregiatissimi, possedevano dunque un tesoro che rinnovavasi tutti gli anni (…). Un’altra inesauribile fonte di lucro pei Sibariti era il commercio del vino, come appare dalla foglia di vite ch’essi ponevano nelle loro monete. E non meno che gli olii erano celebrati i vini di Sibari (…). Per agevolarne lo spaccio i Sibariti avevano scavato delle cantine presso il lido del mare, alle quali per vie sotterranee trasportavanli dalle campagne, e li mandavano in paesi meno che Sibari favoriti dal cielo…»
Romualdo Cannonero, 1876

Un tratto della costa di Sibari – Ph. © Stefano Contin
Un tratto della costa di Sibari – Ph. © Stefano Contin

«L’esuberanza dei doni della terra li aveva spinti al commercio che essi estesero con la navigazione dall’estremo oriente all’estremo occidente del Mediterraneo, potendo la poca distanza che li separava dal lido essere facilmente superata per l’acqua del Crati…»
Romualdo Cannonero, 1876

Una valle della Sibaritide, quella del torrente Raganello - Ph. © Stefano Contin
La valle del torrente Raganello, nella Sibaritide – Ph. © Stefano Contin

«Fecondissime erano non meno le valli poste fra i monti sovrapposti al mare…»
Nicola Leoni, 1862

Il corso del fiume Crati nei pressi della foce – Ph. © Stefano Contin
Il corso del fiume Crati nei pressi della foce – Ph. © Stefano Contin

«Gli antichi attribuirono prodigiose virtù ai due fiumi Sibarys e Crati, e i canti dei poeti ne ornarono fantasticamente le rive. Sulle sponde del Sybaris, Cigno trasformato da Marte in uccello del medesimo nome si era sposato ad una gru…»
Romualdo Cannonero, 1876

Capretta al pascolo lungo la costa della Sibaritide – Ph. © Stefano Contin
Capra al pascolo lungo la costa della Sibaritide – Ph. © Stefano Contin

«Le greggi che bevevano al Crati divenivano bianche; nere quelle che bevevano al Sybaris. Il primo faceva la pelle candida e morbida, e i capelli aurei e distesi a chi si lavava nelle sue acque; al contrario il secondo la pelle ruvida e bruna e i capelli neri e ricciuti…»
Romualdo Cannonero, 1876

Tratto del fiume Crati presso la foce – Ph. © Stefano Contin
Tratto del fiume Crati presso la foce – Ph. © Stefano Contin

«Il Crati rendeva feconde le pecore, e il Sibarys gli uomini generativi…»
Romualdo Cannonero, 1876

La foce del fiume Crati – Ph. © Stefano Contin
La foce del fiume Crati – Ph. © Stefano Contin

«Presso la foce dell’uno era venuta a rifugiarsi Anna sorella di Didone; sulla riva dell’altro conservavansi in un piccolo tempio l’arco e le frecce ch’Ercole aveva consegnato a Filottete…»
Romualdo Cannonero, 1876

Cavallo sulle rive del Mar Jonio, nella Sibaritide – Ph. © Stefano Contin
Cavallo sulle rive del Mar Jonio, nella Sibaritide – Ph. © Stefano Contin

«[A Sibari] il pranzo era rallegrato da suoni, da canti e da balli; se non che in luogo di leggiadre danzatrici, introducevansi ne’ banchetti cavalli ammaestrati a ballare al suon delle tibie. A certe sinfonie quei docili e intelligenti quadrupedi rizzavansi sulle zampe di dietro, e colle zampe dinanzi gesticolando a guisa dei pantomimi, e muovendo le groppe a cadenza di musica, ballavano a sollazzo de’ convitati…»
Romualdo Cannonero, 1876

La spiaggia di Sibari – Ph. © Stefano Contin
La spiaggia di Sibari – Ph. © Stefano Contin

«Si vuole che nella spiaggia del mare, posta fra i due fiumi Crati e Sybaris, molte navi greche che tornavano da Troia furono bruciate, mentre i Greci per ristorarsi un poco dal lungo viaggio eran discesi nel lido. Essi portavano prigioniere alcune donne troiane, le quali afflitte dalla triste sorte della loro patria e dalla loro presente sventura, e stanche del lungo cammino, deliberarono d’ivi morire meglio che rimettersi in mare, tanto più che arrivando in Grecia, non speravano miglior ventura che quella di essere schiave. Affinché meglio potessero dare effetto alla loro decisione, per consiglio di una di esse chiamata Setea, appena furono sbarcati tutti gli uomini, appiccaron fuoco alle navi e tutte le ridussero in cenere.»
Domenico Marincola Pistoja, 1845

La foce del fiume Crati al Crepuscolo – Ph. © Stefano Contin
La foce del fiume Crati al Crepuscolo – Ph. © Stefano Contin

«…Sul lido del mare fra l’uno e l’altro fiume era stata inchiodata in croce la troiana Setea, la quale per liberare sé e le compagne dalla cattività dei nemici, aveva bruciato le navi che le conducevano in Grecia. La Storia non si diletta di favole; tuttavia qui esse giovano a mostrare che la città di Sibari doveva essere venuta in grande rinomanza nel mondo, se tanto furono celebrati i due fiumi fra i  quali era posta.»
Romualdo Cannonero, 1876

Il mare di Sibari – Ph. © Stefano Contin
Il mare di Sibari – Ph. © Stefano Contin

«Dai Sibariti si dice esser stata pure inventata l’arte di tesser le penne degli uccelli variamente colorate, delle quali essi formavano dei tessuti molto pregevoli. E Aristotele ci racconta che regnando Dionisio il vecchio, un Sibarita di nome Alcistene fece una veste di piume di color di porpora tessute meravigliosamente, la quale era pure nobilmente fregiata di pietre preziose. Questa, portata a vendere nella fiera che si faceva ogni anno a Crotone nel tempio di Giunone Lacinia, in cui approdava gente da tutte le parti d’Italia e da altri regni ancora, destò moltissima meraviglia in chiunque la vedeva; e, comperata da alcuni mercanti cartaginesi per centoventi talenti, fu da quelli portata nella lor patria per onorarne la statua di Giunone. Ma non questi solo erano i pregi di questa meravigliosa veste; perché, al dire dello stesso scrittore, la sua larghezza era di quindici cubiti [6.60 metri], il colore di porpora (…) ed aveva il fondo tutto sparso di molte e varie generazioni di piccoli animali. Nella parte superiore si vedeva effigiata la città di Susa, e nel lembo la Persia; nel mezzo poi vi splendevano le immagini di Giove, Giunone, Temi, Pallade, Apollo e Venere; e da un lato era il ritratto dello stesso artefice Alcistene, e la città di Sibari sua patria dall’altro…»
Domenico Marincola Pistoja, 1845

Gruccione, Piana di Sibari – Ph. © Stefano Contin
Gruccione, Piana di Sibari – Ph. © Stefano Contin

«All’avvedutezza dei suoi primi fondatori dovette Sibari l’esser piantata vicino al mare in una larga e fertile pianura, irrigata dal Crati navigabile e dal Sybaris…»
Nicola Leoni, 1862

Il mare di Sibari – Ph. © Stefano Contin
Il mare di Sibari – Ph. © Stefano Contin
«…Ma mentre gli abitanti potevano trarre da una sì felice posizione tutti i vantaggi dell’agricoltura e del commercio interno, il loro spirito animoso par che volgesse di buon’ora tutta la sua capacità al traffico di mare. Molti prodotti di un suolo fecondo, fatto esuberante dalla coltivazione, porgevano agli industriosi coloni copiosa materia di permuta, cui dava valore un’ampia e rapida circolazione, mediante la loro consumata perizia nella nautica.»
Nicola Leoni, 1862

Primavera negli scavi di Sibari – Ph. © Stefano Contin
Primavera negli scavi di Sibari – Ph. © Stefano Contin
«…Questo lucroso commercio si estendeva non solo al continente della Grecia e alle isole dell’Egeo, ma si allargò benanche alla riviera della Ionia (…). Mediante anche la conquista, che prima aveva fatto della importante città di Pesto, si estesero anche nel Tirreno il commercio ed il potere di Sibari, la quale con pari felicità dedusse da quel versante le due colonie di Laos e di Scidro.»
Nicola Leoni, 1862

Il mare di Sibari durante un acquazzone – Ph. © Stefano Contin
Il mare di Sibari durante un temporale – Ph. © Stefano Contin

«[Dopo la distruzione di Sibari ad opera dei Crotoniati] , gli Ateniesi, essendo arconte Callimaco, ricevuti ed uditi i legati Sibariti, e accolta l’ambasciata seguendo i consigli di Pericle, convennero di aiutarli. Sicché, pubblicato in tutto il Peloponneso che essi, proteggendo quella colonia, avrebbero favorito tutti coloro che vi si fossero voluti trasferire, equipaggiata una flotta di dieci vascelli, molti Ateniesi e numerosa gente raccolta dagli altri stati della Grecia si imbarcarono per venire in Italia, sotto il comando dei due capitani Lampone e Xenocrito e guidati dall’Ateniese Ierone. Però prima di partire, consultato l’oracolo di Apollo, fu risposto loro che qualora avessero voluto prosperare, dovevano riedificare la città non nell’antico sito, ma in quel luogo ove trovando mediocre quantità di acqua avrebbero avuto grande abbondanza di pane…»
Domenico Marincola Pistoja, 1845»

Negli scavi di Sibari – Ph. © Stefano Contin
Negli scavi di Sibari – Ph. © Stefano Contin

«…Dopo un prospero navigare, la spedizione giunse felicemente alla spiaggia del mare sibaritico…»
Domenico Marincola Pistoja, 1845»

Il mare di Sibari al tramonto – Ph. © Stefano Contin
Il mare di Sibari al tramonto – Ph. © Stefano Contin

«…La prima cosa però che fecero fu di trovare il luogo designato loro dall’Oracolo per la riedificazione della nuova città…»
Domenico Marincola Pistoja, 1845

Il mare di Sibari e il massiccio del Pollino al tramonto  – Ph. © Stefano Contin
Il mare di Sibari e il massiccio del Pollino al tramonto – Ph. © Stefano Contin

«…Fu rinvenuta da costoro non lontano da Sibari una fontana, appellata Turio, che versava le acque da un canale di bronzo dai vicini abitanti chiamato Medimno; e giudicando esser quello il luogo dall’Oracolo indicato ad essi per veder fertilissime quelle terre; riunitisi ai pochi Sibariti rimasti, e tenute a bada le ostilità dei Crotoniati contro di loro, fabbricarono in quel luogo la città novella…»
Domenico Marincola Pistoja, 1845

Il mare di Sibari al tramonto – Ph. © Stefano Contin
Il mare di Sibari e il massiccio del Pollino al tramonto – Ph. © Stefano Contin

«Nel buio ripassai dalla stazione che porta il nome di Sibari; e via via lungo il mare, da cui spesso mi raggiungeva il suono delle onde…»
George Gissing, 1901

Le risaie di Sibari al tramonto – Ph. © Stefano Contin
Le risaie di Sibari al tramonto – Ph. © Stefano Contin

«Che la Bellezza, odimi bene, Fedro, la Bellezza soltanto è divina e visibile a un tempo, ed è per questo che essa è la via al sensibile, è, piccolo Fedro, la via che mena l’artista allo spirito.»
Thomas Mann, 1912

Toro cozzante, bronzo, V sec. a.C.
Toro cozzante, bronzo, V-IV sec. a.C., Museo Archeologico Nazionale, Sibari

                                                                                                               (dal sitoweb: https://www.famedisud.it/ )

giovedì 20 febbraio 2020

suicidi ed incubi nell'italia di rothschild. Solo lo "Stato" è colpevole

In uno "Stato" senza nessuna sovranità, nelle mani del capostrozzino e caporabbino Rothschild, il Popolo Italiano è costretto a vivere nella sofferenza con incubi senza fine.

il commerciante calabrese Roberto Corsi si ribella allo Stato e alle leggi fiscali ingiuste

Roberto Corsi, commerciante nella città di Montalto Uffugo, è stato il primo imprenditore italiano a rifiutarsi, come dice lui, di pagare il pizzo allo "Stato". 

martedì 18 febbraio 2020

...e poi sono arrivati i telefonini e molti ragazzi passano lunghe ore in chat

I telefonini che hanno distrutto una intera generazione. Una 13enne che vive a Houston, Texas, ha trascorso la maggior parte della propria estate da sola in camera in chat con i propri amici. I nostri ragazzi non amano più giocare all'aperto, correre, muoversi. Quasi tutti ormai sono chini sul loro telefonino per comunicare al mondo intero il loro niente.

domenica 9 febbraio 2020

Terra Rossa - Istria, Fiume e Dalmazia...

Testo Terra Rossa

Terra rossa, terra mia
Quando sono andato via
Ho affidato a te il mio cuore
Ti ho giurato eterno Amore
Casa mia, terra mia
Terra rossa, sangue mio
Rosso il sangue dei miei padri
Massacrati ed infoibati
Sangue il pianto dei miei padri
Esiliati ed umiliati
Terra e sangue ho nel mio cuore
Terra rossa, dolce amore,
lacrime della mia gente
Terra rossa che non sente
Il dolore mai lontano
Del popolo Istriano

Vojo tornar, voglio tornare
Vojo tornar, voglio tornare
A casa mia!
Istria, Fiume e Dalmazia
Né Slovenia, né Croazia
Terra rossa, terra Istriana
Terra mia, terra Italiana!
Istria, Fiume e Dalmazia
Né Slovenia, né Croazia
Terra Dalmata e Giuliana
Terra mia, terra Italiana!
Questa terra mi appartiene
Terra nostra per la storia
Nel mio sangue la memoria
Terra e sangue sempre uniti
Non possono esser divisi
Terra mia santificata con il sangue
Terra sacra
Questa è la mia religione
Unità della Nazione
Religione insanguinata
Religione della Patria
Terra pazzamente amata
Terra mai dimenticata
Ogni vero Italiano è anche Dalmata e Giuliano

Vojo tornar, voglio tornare
Vojo tornar, voglio tornare
A casa mia!
Istria, Fiume e Dalmazia
Né Slovenia, né Croazia
Terra rossa, terra Istriana
Terra mia, terra Italiana!
Istria, Fiume e Dalmazia
Né Slovenia, né Croazia
Terra Dalmata e Giuliana
Terra mia, terra Italiana!

domenica 12 gennaio 2020

"La vita mia" è il grande capolavoro di Amedeo Minghi

"La vita mia" è il grande capolavoro di Amedeo Minghi, scritto in collaborazione con Vanda Di Paolo. La canzone tratta di un forte sentimento, provato dal protagonista, verso una donna che identifica proprio come la sua stessa vita.  

Vita mia, non sappiamo piu’ afferrare, maneggiare, questo Amore che svanisce e sguscia via. Ti sei intristita e poi… poi ti sei stranita, non dici più: ” Che bel tempo sei Tu! “ Infatti piove, vorresti uscire e raffreddarti insieme a me. Io vestito, leggerissimo morrei e mi abbandonerei, per veder di nuovo la vita mia, rapidissimo addio. E guardo fuori, vedo cuori e sono gli alberi che anch’io ho scalato anch’io e annidato lassù. Rivedo Te che sei, che sei, la vita mia. Questa vita tra le braccia, tra le mani, ha un bel volto, la tua faccia, un gran bel viso, ha il vuoto che dai Tu, anche il tuo sorriso io l’ho vissuto e confuso sul mio. Se questa è vita: l’ho toccata, l’ho sentita su di me, l’ho abbracciata in Te. Guardo meglio e non c’è piu’ dubbio che Tu sia, che sei la vita mia… Che begli occhi vedrei con gli occhi miei! Quanto amore catturato con le mani, che ha le ali e con le ali svanirà. Ed io mi innamorai, venni a dirlo a dirlo a Te, ti confidai che eri Tu e oramai C’è un temporale, possiamo uscire e raffreddarci insieme ormai, tremare, perche’ tremare fa la vita che se ne và con Te che porti via, con Te, la la Vita mia…

venerdì 10 gennaio 2020

quando l'Australia rapì i miei figli... lo scontro di Alfonso Luigi Marra, avvocato ed ex parlamentare europeo, con quel paese

quando l'Australia, nel 1985, rapì i miei figli. Ovvero della fatalità del mio scontro con quel paese e della fatalità di essere essa il primo paese occidentale a dover soccombere alla catastrofe climatica.  
l'Australia in fiamme
 La detestavo così tanto l’Australia (gli australiani) che, nel 1987, in “Da Ar a Sir”, pur avendo fatto un grande sforzo per impedire all’odio di impadronirsi della penna, finii per scriverlo che «se fossi stato un dio della mitologia greca, l’avrei scagliata sotto le onde dell’oceano», sicché ora, vederla finire a fuoco, oltre ad addolorarmi profondamente, mi crea un grande disagio per quell’anatema che le scagliai. Perché le fiamme non si spegneranno finché ci sarà qualcosa che possa bruciare. Fermo restando che la vera apocalisse sarà tra poco, quando lì – come qui e in ogni dove – le temperature cominceranno a superare sistematicamente i 50 e più gradi.

Scontro fatale perché il fato secondo la concezione greca simbolizza che in ciascuno, in virtù delle caratteristiche genetiche, delle esperienze formative, e del modo e della misura in cui le pulsioni fondamentali interagiranno, andrà consolidandosi una struttura caratteriale e una corrispondente posizione volitivo/umorale (il suo io) che connoteranno ogni suo gesto.

Gesti che, in quanto univocamente connotati dall’ambito motivazionale di fondo, produrranno tipologie di eventi caratterizzati da costanti anch’esse di fondo, che causeranno il formarsi di una spirale di concomitanze univoche che sempre più lo attrarranno verso un tipo di esistenza coerente alla tipologia di spinte che lo muovono. Una spirale sempre più ampia ed irresistibile man mano che i gesti si sommeranno ai gesti e gli eventi si sommeranno agli eventi, e che costituisce appunto ciò che i Greci identificarono come fato.


Alfonso Luigi Marra, avvocato ed ex parlamentare europeo
Scontro fatale perché l’Australia era il mio antipodo geografico e culturale, ed il mio percorso culturale non avrebbe potuto completarsi se non misurandomici, così come la sua distruzione è, invero solo simbolicamente e non razionalmente, pur essa fatale perché è il Paese ‘migliore nell’essere il peggiore’ nella pratica delle concezioni consumistiche.

Australia per la quale nel 1994, da parlamentare europeo, sarei poi diventato membro della Delegazione del Parlamento Europeo e che, dal 1985, per 13 anni – a furia di pagine intere sui suoi massimi giornali, di atti giudiziali in forma di libri (tra cui appunto “Da Ar a Sir”: una storia della cultura che costituiva in realtà il mio ricorso alla Higth Court of Australia avverso l’omologazione di Stato del rapimento dei miei figli Giulio e Attilio), di ininterrotte circolari in inglese inviate ogni volta a tutti gli avvocati, magistrati, deputati, giornalisti e quant’altri, anche inglesi e di altri Paesi – si sarebbe auto eletta mio avversario nello scontro per ottenere dalla sua magistratura il rimpatrio dei miei figli, rapiti, in un gesto di eterna vendetta per il mio abbandono, dalla mia prima ex moglie.

Australia che, quando infine entrambi i miei figli, ormai maggiorenni, rientrarono in Italia da sé, aveva respinto, in 13 anni di continue cause, tutte le mie sacrosante azioni giudiziali per il rimpatrio (ripristinando invece il diritto all’accesso), con una durezza, una protervia, uno spregio del diritto e dei diritti umani, un’impermeabilità alla scienza e alla cultura, un’inqualificabile parzialità, che non cessavano mai di stupirmi in un Paese così ‘civile’.

Un’intera nazione australiana, perché nessuno disse una parola in mia difesa, in difesa delle ragioni della civiltà. Un’Australia che, nella grande sofferenza per quello che avevano fatto ai miei figli, a me, alla mia famiglia, avevo nei miei libri definito xenofoba, becera, incolta, fibrillante di un delirio di psicotica presunzione, un Paese dove, nelle vanagloriose visioni dei suoi cittadini, nei fiumi scorre il latte e le montagne sono fatte di marzapane, steaklandia eccetera. Per non parlare di quel che ne ho scritto ne “Il complesso di Santippe”.

Un’Australia che ora è il Paese dove vive mio figlio Giulio, sua moglie Sheryl, la mia nipotina Zelda, la sua sorellina Maya, ora in Italia per vacanze, e che spero si decidano a non rientrare, perché ho già detto che non ritengo cesserà più di bruciare.

Un’Australia che sapevo avrebbe ceduto per prima, ma che, da quando la cronaca giornaliera del suo cedere è divenuta apocalittica, non posso più odiare e che vorrei ci fosse il modo di salvare.

Tutt’altri stati d’animo da quando, nell’agosto del 1985 - nel mentre, per avere pubblicato la “Lettera di dimissioni di un avvocato della CGIL dal PCI e dal sindacato”, la “Lettera a Reagan”, ma soprattutto “La storia di Giovanni e Margherita”, subivo il livello di recriminazione più articolato, complesso e subdolo che si possa immaginare – la mia ex moglie, australiana di origine, residente a Napoli fin dal 1969, e che pure a Napoli avevo sposata nel 1973, anziché recarsi, come convenuto, all’isola d’Elba, per un periodo di vacanze, pensò bene, in seguito alla nostra separazione, di sfruttare quell’ostilità per darmi un buon colpo rapendo i nostri due figli, Giulio e Attilio, rispettivamente di tre e cinque anni e mezzo, entrambi nati e cresciuti a Napoli, trascinandoli con se in Australia.

Australia dove, nel mentre mi adoperavo per capire, reagire, porre rimedio, presentava un ricorso di 33 righe all’autorità giudiziaria in cui, premesse le generalità, premesso che c’eravamo separati e che lei ‘si trovava’ ora in Australia, nonché omessa – sul presupposto palese della più ampia disponibilità delle Istituzioni – ogni spiegazione in merito alla fuga e al rapimento, chiedeva l’affidamento esclusivo dei bambini scrivendo, quale unica motivazione: «Ho paura che mio marito ottenga in Italia un provvedimento giudiziario e che possa metterlo in esecuzione venendo in Australia e riportando i bambini in Italia con sé».

Paura dei provvedimenti della magistratura italiana che bastò da sola a indurre il giudice, senza neanche disporre che l’atto mi venisse notificato, ad accogliere la domanda delegittimandomi quale padre mediante copia di un ‘Order’ molto più simile a un certificato comunale che a un atto giudiziale e negandomi ogni diritto di intervenire nell’educazione dei miei figli o anche solo a fare loro una semplice visita o telefonata, salvo il consenso della madre, unica affidataria.

Prima parte della ‘procedura’ che non dava certo adito alla speranza, ma nonostante la quale non demorsi, per cui, dopo una via crucis durata quasi un anno per la difficoltà di agire in un posto tanto lontano, e durante il quale non seppi mai dove si trovasse, riuscii a comparire, a suon di milioni (di lire), dinanzi al tribunale della famiglia di Melbourne dove, per ben tre giorni, si svolse la causa più ipocritamente compita e inutile della mia vita di avvocato, visto che l’esito di quel giudizio era segnato, e i tre giorni trascorsero non, come in un primo momento avevo creduto, alla ricerca di tutti gli elementi utili per giungere a una decisione ben ponderata, ma alla ricerca meticolosa di un qualsiasi elemento atto a dare un minimo di fondamento alla decisione, assunta a priori, di resistermi in ogni modo e con tutte le forze, stante la mia qualità di eversivo in quanto portatore di un sapere antitetico alle logiche del sistema.

Momento in cui, nel tornare in Italia in preda ai sentimenti che lascio immaginare, mi resi conto che, ancora una volta, non si trattava di convincere, ma di vincere, e scrissi così un atto di appello che – preceduto da una serie di brani tratti dai miei libri, i veri imputati di quel processo – inviai per posta a tutti gli avvocati, i magistrati e i parlamentari australiani, con il titolo di “Lettera di un avvocato italiano agli intellettuali australiani”: un’opera scritta, appunto, non per convincere qualcuno della fondatezza delle mie richieste, invero ovvia, ma con l’obiettivo di bruciare a priori gli argomenti che prevedevo sarebbero stati utilizzati per rigettarle. Con il risultato che la Corte, pur alle strette, si limitò a pronunciare una sentenza che, per quello che valevano gli argomenti in essa svolti, rappresentava un puro gesto di autorità e l’equivalente di un semplice no.

Pubblicai allora l’“Atto d’appello” anche in italiano e lo inviai ai nostri parlamentari, contando che taluno si ribellasse allo spettacolo ignominioso della mia solitudine di fronte a un avversario tanto più grande e organizzato, e mi sostenesse nell’affermazione delle ragioni dei miei figli e mie, che erano di fatto anche le ragioni della civiltà e della corretta interrelazione fra Stati. Ma non si ribellò proprio nessuno.

Capii allora che, se quello che mi accadeva era il risultato degli errori e della profonda degenerazione della cultura occidentale nel mondo, non avrei mai vinto quella causa se prima non fossi riuscito a modificarla. Che era poi la cosa che appunto, attraverso i miei libri, cercavo in tutti i modi di fare, e della quale, da qui agli antipodi, con quel rapimento mi si voleva punire.

E fu così che il mio ricorso all’Hight Court divenne una storia della cultura dalle origini ai giorni nostri: cultura che è l’ultima cosa al mondo alla quale si pensi veramente di dover dedicare un serio sforzo di bonifica, nonostante stia per causare da un momento all’altro o la morte di miliardi di uomini o l’estinzione del genere umano.

Un occidente che non sa cosa sia la moralità del dialogo, ed in cui cioè ciascuno continua ancor oggi, pur di fronte ad un così drammatico fallimento, ad usare le parole solo in funzione degli obiettivi infischiandosene di ogni loro rispondenza alla verità.

Un’Australia di cui allora era primo ministro Hawke, espressione dello stesso tipo di maggioranza che ha causato l’elezione di un soggetto come l’attuale Morrison, il quale insiste persino ora, pur di non scontentare il suo elettorato ed i suo padroni delle banche e delle miniere, nel suo folle negazionismo climatico.
10.1.2020, ALM    (Alfonso Luigi Marra)